IL SHINDLER GIAPPONESE E LE CANDELE DI CHANUKKA

 

 

Il miracolo di Hanukkah del 1939 ebbe luogo a casa nostra, a Kaunas in Lituania. Avevo undici anni a quel tempo e per me quella era una normale vacanza Hanukkah, con un sacco di regali, le candele accese e i canti di Hanukkah. Qui c‘è quanto è accaduto, così come l‘ho registrato nel mio manoscritto originale.

Subito dopo l‘invasione nazista della Polonia, diecimila profughi fuggirono dalle persecuzioni naziste verso le regioni confinanti la Lituania. A quel tempo la Lituania era ancora un paese democratico e indipendente, e le comunità ebraiche lituane aprirono le loro case e i loro cuori ai profughi. I profughi ebrei che avevano sperimentato gli orrori nazisti di prima mano sapevano con certezza che la Lituania non sarebbe stata risparmiata, e assediarono tutte le ambasciate straniere, nel disperato tentativo di ottenere il visto per espatriare dal paese. Ma il mondo voltò le spalle agli ebrei e molto pochi visti furono rilasciati. Successivamente, quasi per miracolo, la persona più inaspettata venne in soccorso ai profughi Ebrei: il console giapponese Chiune Sugihara, rappresentante di un paese che si era alleato con i nazisti, il quale cominciò a rilasciare i visti per i profughi. Ne rilasciò a migliaia. Il miracolo cominciò a prendere forma a casa nostra a Kaunas, Lituania, una sera di Hanukkah del 1939.

 

«Avevo undici anni quando incontrai Chiune Sugihara, il console giapponese di Kaunas. Era il dicembre 1939 e stavamo celebrando Hanukkah, la festa delle luci. Per noi bambini era una festa particolarmente preferita, perché a Hanukkah tutti i membri della famiglia ci davano soldi. Qualche volta ricevevamo persino dei soldi da amici. Ma quell‘anno decisi di dare tutti i soldi che avevo raccolto al fondo per i profughi ebrei. In realtà, nessuno mi chiese di fare questo, ma quando le signore della commissione per i profughi vennero a casa nostra, in un impulso improvviso diedi loro i dieci Lit che avevo raccolto. Dieci Lit erano una grossa somma di denaro persino per gli adulti, e immediatamente me ne pentii, perché avevo un sacco di progetti con quella somma di denaro, ma ormai quello che era fatto era fatto. Le signore furono molto colpite dal mio gesto e mi assicurarono che i soldi sarebbero stati usati per comprare i visti per i profughi che volevano lasciare la Lituania.

Quella settimana al cinema Metropolitan davano un film di Stanlio e Olio. Morivo dalla voglia di vedere il nuovo film, ma non mi erano rimasti più soldi in tasca: li avevo dati tutti ai profughi. A mia madre dispiaceva vedermi in quelle condizioni e mi voleva prestare i soldi, ma mio padre s‘impose. “Devi rimanere fermo su certi principi. E‘ stato un atto di grande nobiltà da parte tua dare i soldi per i profughi, ma adesso non devi venire a piangere da noi per un rimborso”. Mio padre mi disse tutto quello con un certo tono di voce che conoscevo fin troppo bene. E la cosa che mi rendeva più furioso era il fatto che aveva ragione. La mia ultima speranza era la zia Agnuska. Lei avrebbe avuto pietà di me. Sapeva che andavo pazzo per Stanlio e Olio.

Avevo preso un appuntamento con Vova ed Izia, i gemelli Glass, conosciuti come i Glazukes.

Dovevamo incontrarci allo sportello dei biglietti per lo spettacolo del pomeriggio. Prima che partissi, mia madre si assicurò che fossi ben vestito e avessi il cappello e i guanti. “Fa‘ in modo di essere di ritorno prima di sera”, mi disse. La neve scrocchiava sotto le mie scarpe, scintillando bianca sotto il sole pomeridiano. Era freddo, ma non mi dava fastidio. Stavo andando al cinema, e tutto il resto non m‘interessava. C‘era una guerra in corso là fuori, in un posto lontano da noi, e i tedeschi avevano preso la Polonia, ma se non fosse stato per i profughi ebrei che arrivavano a fiumi in Lituania, non ce ne saremmo accorti.

Sulla strada per arrivare al negozio di zia Agnuska vidi delle Menorah con le candele alle finestre delle case ebraiche. Quando entrai nel negozio lei stava servendo un uomo elegantemente vestito con strani occhi obliqui. Agnuska gli stava parlando in russo. “Ah il mio caro nipote è venuto per i suoi soldi di Hanukkah, scommetto”, mi disse sorridendomi. O non si ricordava che mi aveva già fatto un prestito, oppure voleva risparmiarmi l‘umiliazione di chiederle un‘altra elargizione. Doveva essere stata informata della mia generosità dalle signore del comitato, e anche quello poteva essere il motivo. In ogni caso, non le avrei dato nessuno argomento.

“Vieni a conoscere sua Eccellenza, il console del Giappone, il signor Sugihara”, disse quando mi vide sgranare gli occhi davanti a quell‘uomo. Camminai lentamente e stesi la mano. “Piacere di conoscerla, Signore”, dissi educatamente. Solennemente mi strinse la mano e mi sorrise. C‘era humor e gentilezza in quegli occhi strani. Provai un‘immediata simpatia per quell‘uomo. Mi ricordai di quello che mio nonno una volta mi aveva detto: “Ricorda, gli occhi sono lo specchio dell‘anima di una persona. Se li osservi abbastanza da vicino, puoi vedere quello che c‘è dietro.” Ho conservato questo detto di mio nonno, come molti altri suoi detti incomprensibili. Ma quando guardai quell‘uomo, improvvisamente capii quello che voleva dire. C‘era qualcosa in quegli occhi che mi faceva intuire l‘uomo che c‘era dietro. Percepii un‘aura di bontà e gentilezza intorno a lui, non riuscivo a spiegare.

Zia Agnuska, che notò il mio strano comportamento, rise. “Vuoi andare al cinema e hai bisogno dei Lit, vero? “Scossi la testa velocemente, sempre guardando il signor Sugihara. Mentre Agnuska si dirigeva verso il registratore di cassa, lui tirò fuori dalla sua tasca una scintillante Lit. e me la porse. “Poiché adesso è Hanukkah, considerami tuo zio”, mi disse, e mi diede la moneta. Esitai un momento, poi presi la moneta e dissi qualcosa di totalmente inaspettato: “Dal momento che lei è mio zio, dovrebbe venire sabato alla nostra festa di Hanukkah. Ci sarà tutta la famiglia.” Rimasi stupito della mia audacia e non avevo idea di che cosa mi avesse spinto a dire una tale cosa.

Agnuska, che stava ritornando con i soldi, ascoltò la nostra conversazione e mi guardò con incredulità.

“Ora che ci penso, non sono mai stato a una festa di Hanukkah. Ci verrei volentieri. Ma non pensi che dovresti chiedere prima ai tuoi genitori?” disse con un sorriso. Agnuska ci guardò. “Sono sicura che sua Eccellenza sarà occupata.” Disse un po‘ imbarazzata, ma poi aggiunse subito: “Ma se è libera e vuole venire, è cordialmente invitata,” disse un po‘ confusa. “Allora d‘accordo. Ci vedremo sabato,”disse stringendomi la mano.

Si stava facendo tardi, e se volevo andare al cinema dovevo correre. Prima di partire sentii Agnuska che faceva i preparativi per l‘incontro di sabato. Quando tornai a casa dal cinema, zia Agnuska era lì. Mi guardavano tutti in modo strano e zia Agnuska mi sorrise. Capii che doveva averli informati del mio strano comportamento con il console Giapponese e del fatto che l‘avevo invitato alla festa di Hanukkah. Mi sentivo in colpa, e non sapevo che cosa dire ai miei genitori. Vedendo il mio dispiacere, mio padre alzò la mano e disse:

“Aspetta, prima di parlare lascia che ti dica che quello che hai fatto è buono. Se pensi di invitare uno straniero alla festa, credo che questo vada più che bene. Non devi mai sentirti in colpa per aver offerto ospitalità a degli stranieri.”

Quella sera la candela accesa era la sesta, e molti membri della famiglia arrivarono prima, perché avevano sentito delle voci circa un ospite misterioso che sarebbe arrivato quella sera. Proprio alle sei Agnuska arrivò con il signor Sugihara e sua moglie Yokiko. Indossava un abito nero molto elegante, mentre il signor Sugihara indossava un formale abito a strisce. Non dimenticherò mai quella sera di Hanukkah. Mi rimarrà impressa nella mente finchè vivrò.

Poiché c‘erano distinti ospiti, cantammo le canzoni di Hanukkah con un fervore speciale e le candele di Hanukkah avevano una luce particolare. C‘era un‘atmosfera di familiarità e calore.

Cinquantacinque anni più tardi, quando ci incontrammo in Giappone, la signora Yokiko Sugihara mi disse che non si erano mai dimenticati della festa di Hanukkah a Kaunas. Nel suo libro “Visti Per la Vita”, la signora Sugihara. scrisse:

“La decisione di Chiune Sugihara di concedere i visti può essere stata influenzata da un bambino di undici anni di nome Solly Ganor, che invitò il signor Sugihara a festeggiare la sua prima Hanukkah nel 1939 con la sua famiglia. Questo è stato il primo contatto di Sugihara. con un ebreo a Kaunas.”

Anche se ero del tutto inconsapevole, la minima parte che posso aver avuto nell‘influenzare Chiune Sugihara, voglio considerarla come il più grande risultato della mia vita.

 

 

 

 

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Il tanya (1° capitolo)

 

Viene insegnato (Niddà, fine cap.3):1” Lo si fa giurare:

Prima che un ebreo venga al mondo, gli si fa prestare un giuramento nei cieli, dicendogli:

“Sii un giusto (tzaddik), e non essere un malvagio (rashà); e persino se tutto il mondo, giudicandoti secondo i tuoi atti, ti dice che sei uno tzaddik, sii ai tuoi occhi come un rashà”.

La discesa di un’anima in un corpo ha uno scopo – compiere un compito particolare in questo mondo. Per permetterle di riuscirci, le si fa prestare il giuramento di “essere uno tzaddik e di non essere un rashà”, e contemporaneamente di considerarsi come un rashà, non come uno tzaddik.

Questo deve essere capito, poiché è insegnato nella Mishnà (Avòt, cap.22):”Non considerarti come un rashà”

Come è possibile dire che un ebreo deve prestare giuramento di considerarsi come un rashà, allorchè la mishnà stessa insegna il contrario? (L’apparente contraddizione tra i due insegnamenti verrà risolta nel capitolo 13).

Inoltre, se si considera come un rashà, verrà ferito nel suo cuore e sarà triste, e non potrà di conseguenza servire D-o in modo gioioso, con cuore lieto;

Oltre alla contraddizione precedentemente menzionata, una domanda supplementare si pone adesso. Uno dei principi essenziali del servizio di D-o è la gioia di avere il privilegio di servirLo, osservando i comandamenti positivi e astenendosi da ciò che è vietato. Come possiamo pretendere da un uomo che presti il giuramento di essere un rashà ai suoi propri occhi quando una tale considerazione, sinonimo di tristezza e malinconia, rende impossibile il servizio di D-o nella gioia?

 

E se il suo cuore non è affatto ferito da (questa considerazione),

in altre parole se si suggerisce, per compiere il sermone prestato, di considerarsi come un rashà e di non esserne turbato, per non ostacolare la gioia nel servizio di D-o,

 

può arrivare ad avere un comportamento di leggerezza, che D-o non voglia non appena il peccato non lo tormenterebbe.

Persino se la sua risoluzione di non essere turbato dal fatto di essere un rashà risulta solo da un sincero desiderio di servire D-o nella gioia, una tale risoluzione è tuttavia suscettibile di condurlo ad uno stato nel quale il peccato non sarebbe più veramente fonte di disturbo.

 

Tuttavia, capiremo questa questione dopo avere prima definito il vero significato dei termini: tzaddik e rashà.

 

Troviamo nel Talmùd3 cinque categorie: lo tzaddik che ha in sé solo del benesia materialmente che spiritualmente, egli conosce solo il bene), lo tzaddik che soffre, sia materialmente che spiritualmente: spiritualmente non ha ancora sconfitto tutto il suo male ed è anche carente materialmente, il rashà nel quale c’è un po’ di bene che ha in sé solo del bene il rashà che soffre spiritualmente e materialmente, e l’uomo intermedio – il benonì.

 

Il Talmud spiega: “lo tzaddìk che conosce il bene” è lo tzaddìk completo,

Una volta che raggiunge un simile livello, le sofferenze fisiche, la cui funzione è di sbarazzare l’anima delle impurità del peccato, non sono necessarie. Di conseguenza, egli ha in sé solo del bene anche sul piano materiale.

“Lo tzaddik che conosce il male” è lo tzaddik imperfetto, lett. incompleto.

Egli conosce delle sofferenze fisiche, allo scopo di purificare la sua anima affinchè non soffra nell’altro mondo.

Secondo questa spiegazione del Talmud, lo “tzaddik che ha in sé solo del bene” e lo “tzaddik che ha in sé il male” non sono due tzaddikim dello stesso livello spirituale, di cui uno riesce a vivere bene mentre l’altro soffre. Si tratta piuttosto di due livelli di tzaddikìm. Tuttavia, per il Talmùd, il livello spirituale dello tzaddik in questione è definito con le espressioni “tzaddik completo” e “tzaddik incompleto”, mentre le espressioni “tzaddik che ha in sé solo del bene” e “tzaddik che soffre” non definiscono il suo livello spirituale, ma descrivono semplicemente la sua situazione materiale che ne consegue.

Nel Raya Mehemna4, viene spiegato che lo “tzaddik che soffre” è colui il cui male (la cattiva inclinazione) è sottomesso al bene (la buona inclinazione).

Egli è lo tzaddik in cui il male è solo residuo, e sottomesso per di più alla sua buona natura. Di conseguenza, lo “tzaddik che ha in sé solo del bene” è uno tzaddik che ha solo del bene dentro di sé, non possiede più alcun male.

Secondo lo Zohar (di cui fa parte il Raya Mehemna), le espressioni “tzaddik che ha in sé solo del bene” e “tzaddik che conosce il male” definiscono, anch’esse, il livello dello tzaddìk in questione. Lo “tzaddik che conosce il bene” è uno tzaddik che ha solo il bene, il male presente dentro di lui essendo stato trasformato in bene. Lo “tzaddik che soffre” è uno tzaddik di un livello inferiore che porta ancora dentro di sé un residuo del male.

A questo punto, è necessario capire perché vengono dati ad ognuno di questi tzaddikim dei titoli ridondanti: “tzaddik completo” e “tzaddik che ha in sé solo del bene”, “tzaddik incompleto” e “tzaddik che soffre”. Se lo “tzaddik completo” è lo “tzaddik che ha in sé solo del bene” (ossia colui in cui si trova solo del bene) e che lo “tzaddik incompleto” è lo “tzaddik che soffre” (che conserva dentro di sé un residuo del male), perché è necessario dare ad ogni tzaddik due appellativi?

La spiegazione che verrà data più avanti (al cap.10), è che ogni termine descrittivo denota un aspetto particolare del servizio divino dello tzaddik (ossia il suo amore per D-o, poiché è grazie a questo amore che riceve il nome di tzaddik). Le espressioni “tzaddik completo” e “tzaddik incompleto” denotano dei livelli diversi di questo servizio: lo “tzaddik completo” è lo tzaddik che ha raggiunto la forma più elevata di amore per D-o, ahavà betaanughim (l’amore nelle delizie). Quanto allo tzaddik “incompleto”, questi è colui il quale “l’amore nelle delizie” non è ancora completo.

Le espressioni “tzaddik che conosce il bene” e “tzaddik che soffre” riguardano un’altra differenziazione di queste due categorie di tzaddikim. L’appellativo “tzaddik che ha in sé solo del bene” denota colui che ha già totalmente trasformato il male che era in lui lasciando spazio solo al bene. Lo “tzaddik che conosce il male” è colui il quale non è riuscito in questa trasformazione assoluta e nel quale il male ancora risiede.

La spiegazione che segue dimostrerà che il male al quale viene fatto riferimento qui è tuttavia solo un male residuo che abita ancora nel cuore dello “tzaddik incompleto”. Poiché lo tzaddik non conosce il male reale che si esprime attraverso il pensiero o la parola. Né a maggior ragione, il male che si manifesta attraverso l’azione.

 

Nel Talmud (fine del cap.9 di Berachòt)5, (viene detto che) i tzaddikim sono “giudicati” (ossia motivati) dalla loro buona inclinazione, etc. I malvagi sono “giudicati” (ossia motivati) dalla loro cattiva inclinazione, i benonìm (intermedi) sono “giudicati” dall’una e dall’altra (la buona e la cattiva inclinazione).6

Rabba dichiarò: “Io per esempio, sono un benonì”. Abbayè gli rispose:”Maestro, non lascia vita a nessuna creatura…”

Abbayè fa il ragionamento seguente: “Se sei un benonì, coloro che sono ad un livello inferiore al tuo sono inclusi nella categoria dei malvagi, di cui i nostri saggi hanno detto: “I reshaìm sono considerati come morti, persino quando sono in vita”. Qualificandoti come benonì, non permetti a nessuno di vivere”.

 

Per capire quanto detto chiaramente,

Oltre alla questione che verrà affrontata, ossia che se, secondo la concezione comune, il benonì è colui i cui atti si dividono per metà in mitzvòt, in buone azioni, e per metà in trasgressioni, allora come può un saggio del calibro di Rabbà commettere l’errore di considerarsi come un benonì?

Inoltre, se il benonì si riferisce a una persona che ha per metà mitzvòt e per metà trasgressioni, in tal caso il suo il suo livello è facilmente identificabile e non c’è più bisogno di chiarire la questione.

 

Inoltre, per comprendere la dichiarazione di Iyov (Baba Batra cap.1)7: “Padrone del mondo! Tu hai creato degli tzaddikim, Tu hai creato dei reshaim…”,

poiché Egli non decreta (quale persone saranno) tzaddik o rashà!

Il Talmud8 spiega che D-o decreta prima della nascita di un bambino se sarà intelligente o no, forte o debole, etc. Tuttavia, D-o non dice se sarà tzaddik o rashà: questo aspetto non è predertiminato bensì lasciato al libero arbitrio dell’individuo.

Di conseguenza come bisogna capire la frase di Iyov: “Tu hai creato degli tzaddikim, Tu hai creato dei reshaim”?

È necessario anche capire la natura essenziale del livello del benonì.

La natura essenziale dello tzaddik è il bene; la natura essenziale di un rashà è il male. Qual è la natura essenziale del benonì?

 

Non è di certo colui i cui atti contano una metà di meriti e una metà di peccati, poiché altrimenti, come avrebbe potuto Rabba commettere l’errore di definirsi un benonì, quando sappiamo che la sua bocca non cessava mai di studiare la Torà, al punto che l’angelo della morte non riusciva ad avere la meglio su di lui?

Lo zelo di Rabba era tale che non trascurò mai un istante lo studio della Torà. Anche da un punto di vista qualitativo, il suo studio era così elevato che l’angelo della morte non riuscì a dominarlo.

Quindi come avrebbe potuto commettere l’errore di pensare che avesseuna metà di peccati, che D-o non voglia?

 

Inoltre, in che momento un uomo potrebbe essere chiamato benonì? Poichénel momento stesso in cui pecca, e fino a quando si pente, è considerato come un vero e proprio rashà

(e se si pente in seguito, cessando di conseguenza di essere un rashà,viene considerato come un tzaddik perfetto.)9

E persino colui che trasgredisce un divieto minore dei Saggi è chiamato rashà, come insegna il Talmud in Yevamot cap.210, e in Nidda, cap.111.

(Per di più) persino colui che non pecca lui stesso, ma ha la possibilità di prevenire il peccato del suo prossimo, e non lo fa, è chiamato rashà (Shevuot cap.612).

 

A maggior ragione colui che trascura un precetto positivo che potrebbe osservare, come colui che potrebbe studiare la Torà e non lo fa, al quale i nostri Saggi hanno applicato il verso: “Poiché ha disprezzato la parola di D-o (la Torà), (la sua anima) verrà recisa, etc.”

 

È evidente che viene qualificato come rashà, più di qualcuno che trasgredisce un divieto rabbinico.

 

Bisogna quindi concludere che il benonì non è colpevole neanche per il peccato di aver trascurato lo studio della Torà,

Un peccato tuttavia difficile da evitare, incluso nei peccati che si commettono quotidianamente13.

E per questa ragione Rabba commise l’errore di definirsi come un benonì.

Siccome il benonì è innocente dall’aver trascurato lo studio della Torà, Rabba potè (per errore) considerarsi come un benonì, nonostante abbia scrupolosamente osservato tutti i comandamenti nei minimi dettagli, e non abbia mai cessato di studiare.

NOTA: Riguardo a ciò che è scritto nello Zohar III p.231:”Colui i cui peccati sono poco numerosi (è chiamato un “tzaddik che conosce il male”)”,

Questo passaggio sembra indicare che persino secondo lo Zohar, lo tzaddik che conosce il male potrebbe essere semplicemente un uomo che ha commesso pochi peccati. Il benonì sarebbe quindi un uomo che ha commesso una metà di meriti e una metà di peccati.

Questa è solo la domanda di rav Hamnuna a Eliau.

Ma secondo la risposta di Eliau, la definizione dello “tzaddik che conosce il male” è la stessa che viene esposta nel Raya Mehemna, sezione Mishpatim, menzionata precedentemente ossia che lo “tzaddik che conosce il male” è colui in cui il male è solo un infimo residuo sottomesso alla sua buona natura.

E la Torà ha settanta modi di interpretazione14. Fine nota

 

Per quanto riguarda il noto detto, che colui che ha una metà di meriti e una metà di peccati viene chiamato un benonì, mentre colui che ha una maggioranza di meriti che prevalgono sui suoi peccati viene chiamato uno tzaddik, si tratta solo di un termine che devia dal suo uso abituale per definire ciò che riguarda la ricompensa e la punizione, poiché l’uomo viene giudicato seguendo la maggioranza dei suoi atti, ed è qualificato come tzaddik alla fine del giudizio pronunciato nei suoi confronti non appena questo giudizio gli è favorevole.

È soltanto in questo caso legale che il termine tzaddik viene applicato a colui le cui buone azioni sono maggiori rispetto alle cattive.

Ma per quanto riguarda la vera definizione delle qualità e dei livelli distinti di tzaddikim e benonim, i nostri Saggi hanno detto che gli tzaddikim “vengono giudicati” ossia motivati soltanto dalla loro buona inclinazione, così come è detto:”E il mio cuore è vuoto dentro di me”15, poiché David, l’autore di questo verso, era sprovvisto della cattiva inclinazione, avendola annientata tramite il digiuno.

David sradicò la sua cattiva inclinazione per mezzo dei digiuni. Sono possibili anche altri metodi.

Questo testo del Talmud dimostra quindi che il termine tzaddik nel suo vero senso, si applica solo a colui che si è sbarazzato della sua cattiva inclinazione.

 

Ma chiunque non ha raggiunto questo livello, e non si è liberato della sua cattiva inclinazione, nonostante i suoi meriti siano più numerosi che i suoi peccati, non è assolutamente del livello e del rango dello tzaddik.

In realtà non ha raggiunto neanche il livello di benonì, come è stato dimostrato in precedenza.

Per questa ragione i nostri saggi hanno detto nel Midrash16:”Il Santo Benedetto Egli sia vide che gli tzaddikim erano poco numerosi, si alzò e li piantò in ogni generazione, ossia li distribuì equamente in ogni generazione.

Così come è scritto17:”Lo tzaddik è il fondamento del mondo”

Deve esserci quindi in ogni generazione uno tzaddik che serve come fondamento del mondo.

Questa espressione (“gli tzaddikim sono poco numerosi”) è concepibile solo se il termine tzaddik denota un uomo che si è completamente disfatto della sua cattiva inclinazione. Se lo tzaddik fosse solo colui il quale le buone azioni prevalgono sulle cattive, perché i nostri saggi avrebbero detto allora che :”gli tzaddikim sono poco numerosi”, allorchè la maggior parte degli ebrei conta più buone azioni che non cattive?

 

Tuttavia questa questione potrà essere spiegata, per comprendere meglio i livelli di tzaddik e benonì, così come le diverse sfumature che compongono i loro ranghi,

 

secondo ciò ha scritto Rabbi Haim Vital nel Shaar Hakedushà (e nell’Etz haim, Porta 50 cap.2): ossia che ogni ebreo, tzaddik o rashà, possiede due anime, così come è scritto18: “E le neshamòt (le anime al plurale) che ho fatto”.

Nonostante il verso si riferisce solo ad un ebreo come individuo (come lo indica il singolare della parola ruach (spirito) nella frase precedente “Quando lo spirito (di un uomo) che emana da Me sarà sottomesso”), la forma plurale (le anime) viene impiegata poiché ogni ebreo possiede due anime.

 

Queste sono due nefashòt, due anime e forze vitali,

un’anima proviene dalla kelipà e la sitra achara.

La parola klipà significa letteralmente una conchiglia o una buccia. D-o creò delle forze che dissimulano la vitalità divina presente nell’insieme della creazione così come la buccia che ricopre e dissimula il frutto. Sitra achra significa “l’altro lato”, il lato della creazione che è l’antitesi della santità e della purezza (questi due termini sono generalmente sinonimi).

lei (quest’anima proveniente dalla klipa e dalla sitra achra) che è rivestita dal sangue dell’uomo, È le i che da vita al corpo, come è scritto19: “poiché la nefesh della carne (ossia l’anima che mantiene la vita fisica) è nel sangue”.

E da essa (da quest’anima) provengono tutti i tratti caratteriali cattivi, che derivano dai quattro elementi che sono in essa,

Come i quattro elementi fisici: il fuoco, l’aria, l’acqua e la terra, sono il fondamento di tutte le entità fisiche, quest’anima è composta dai quattro elementi spirituali che corrispondono agli elementi fisici fondamentali. Siccome essi derivano dalla klipà e dal male, sono essi stessi malvagi e generano tutti i tratti malvagi del carattere,

 

ossia: la rabbia e l’orgoglio emanano dall’elemento del fuoco che si eleva verso l’alto,

L’orgoglio è uno stato nel quale un individuo si considera superiore agli altri. La rabbia è un derivato dell’orgoglio: se non fosse imbevuto di questo, non si arrabbierebbe contro chiunque sfida la sua volontà.

L’appetito per i piaceri emana dall’elemento di acqua, poiché l’acqua permette la crescita di tutti i tipi di cose che offrono il piacere,

la capacità dell’acqua di far nascere e crescere delle cose gradevoli stabilisce che l’elemento di piacere è dissimulato in essa. L’appetito per i piaceri deriva dunque dall’elemento d’acqua.

 

La frivolezza, lo scherzo, il vanto e le parole futili emanano dall’elemento d’aria,

In modo simile all’aria, sono sprovviste di sostanza,

 

e la pigrizia e la malinconia emanano dall’elemento di terra.

La terra è caratterizzata dalla pesantezza. L’uomo pigro e malinconico risente una certa pesantezza dei suoi membri.

 

Da quest’anima provengono anche i tratti buoni inerenti al carattere di ogni ebreo, come la compassione e la beneficienza.

Tuttavia, come potrebbero dei buoni sentimenti emanare dall’anima di klipà e del male di cui si tratta qui?

Poiché per gli ebrei, quest’anima di klipà deriva dalla klipà (chiamata) noga che comprende anche del bene, e questo è la fonte di tutti questi tratti naturali positivi.(Questa klipà) proviene dall’ esoterico “Albero della Conoscenza” (che è composto) dal bene e dal male20.

 

Al contrario, le anime delle nazioni del mondo emanano dalle altre kelipot impure che non contengono alcun bene, così come è scritto in Etz Haim, Porta 49, cap.3.

 

E tutto il bene compiuto dalle nazioni del mondo è solo per scopi personali.

Siccome le loro anime provengono dalle kelipòt sprovviste di bene, le loro buone azioni sono motivate esclusivamente da intenzioni egoistiche.

E come il Talmud21 lo spiega, riguardo al verso22:” La bontà delle nazioni è un peccato”, tutta la carità e il bene compiuti dalle nazioni sono solo per la loro propria gloria…

Quando un ebreo agisce con benevolenza, è essenzialmente motivato dal benessere del prossimo. Questo concetto viene provato dal fatto che il piacere che ha quando il suo prossimo non ha bisogno del suo aiuto è più grande della soddisfazione che ha del suo atto di bontà.

Al contrario, le altre nazioni del mondo non sono mosse dalla preoccupazione del benessere del loro prossimo, ma piuttosto da delle considerazioni egoistiche, un desiderio di gloria personale, un sentimento di soddisfazione.

Bisogna tuttavia sottolineare che esistono anche fra le nazioni del mondo, delle anime derivate dalla kelipàt noga23. Sono i “pii fra le nazioni del mondo”, degli uomini virtuosi, giusti, capaci di manifestare veramente una preoccupazione per il prossimo.

Tradotto da Shiurim beSefer HaTanya, Kehot, traduzione di Fabio Leotardi de Boyon

 

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Uno strano Shiduch

a un lato c’è il figlio di un grande Tzaddìk, *Avrahàm*-Abramo. Un ragazzo
che è disposto a sacrificare la sua vita per D-o. Un ragazzo di questo
livello spirituale non può lasciare la Terra d’Israele. Dall’altro, c’è la
figlia di un noto pagano, sorella di uno dei più grandi truffatori della
storia, cresciuta in una città famosa per essere il centro mondiale della
corruzione. Ma ella era onesta e pia, “una rosa tra le spine”.  Come divario
* *culturale non si poteva fare meglio! Li avrete sicuramente individuati:
si tratta dei nostri antenati Yitzchàk et Rivkà ( Isacco e Rebecca).

Elièzer, il fedele servitore di Avrahàm, ricevette l’incarico di strappare
Rivkà dalla casa di suo padre, nell’odierna Siria, e di portarla presso
Yitzchàk in terra di Canaan. Questo è il tema predominante nella parashà di
questa settimana che costituisce altresì una metafora della nostra missione
in questo mondo. Siamo tutti degli Elièzer. Siamo stati mandati in terra
per concretizzare l’unione tra l’eminente fidanzato, D-o Onnipotente, e la
fidanzata reticente: il nostro mondo materiale.

A prima vista tutto sembra opporli: D-o irradia altruismo e
spiritualità mentre il mondo sprizza egoismo e materialità. Eppure abbiamo
il compito di unirli portando vita divina e spirituale in un ambiente
ostile, mettendo in luce l’indole repressa e l’essenza divina del mondo.
Come procedere? Intridendo ogni nostra azione, persino la più blanda e
automatica, di significato, di spessore e di spiritualità. Ciò va eseguito
considerando il corpo per quello che è: un equino adeguatamente domato che
può far raggiungere al cavaliere, ovvero l’anima, cime vertiginose.

L’ebreo è il perfetto *shadchàn*-sensale per assolvere a questo ruolo in
quanto anch’egli è il prodotto dell’associazione di due opposti: un corpo
fisico connaturato da bisogni e desideri e un’anima divina infervorata da
un amore ardente per il suo Creatore. L’ebreo che riesce a sposare queste
due parti del suo essere è idoneo ad unire il corpo del mondo e l’Anima
celeste.

Il Midràsh insegna che Hashèm si è fidanzato col suo popolo sul monte Sinai
e che la data delle nozze, prevista per il giorno della venuta del
Mashiàch, è imminente. Gli sforzi congiunti degli shadchanìm di tutte le
generazioni daranno i loro frutti: presto ci rallegreremo alla festa del
più grande matrimonio di tutti i tempi che sarà celebrato in pompa magna
nel Santuario di Gerusalemme.
 

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le monete luccicanti

Reb Gabriel era un chassìd dedito anima e corpo al suo Rebbe, Rabbi Shneur
Zalman di Lyadi, il fondatore della chassidùt Chabàd. Non si sarebbe mai
permesso di disturbare il Rebbe per i suoi problemi personali, come ad
esempio esporgli i suoi crucci finanziari e il fatto che non aveva ancora
figli. Ma dal Cielo era stato deciso che era giunto il tempo per reb
Gabriel di ricevere una tripla benedizione: figli, salute e ricchezza. Un
giorno, Rabbi Shneur Zalman dovette intraprendere un’iniziativa di grande
portata per liberare fratelli ebrei imprigionati senza motivo. Per far ciò
gli servivano quantità ingenti di denaro. Fissò, dunque, una somma che ogni
chassìd doveva devolvere a questa grande Mitzvà. Reb Gabriel, in
particolare, doveva procurare una somma che sorpassava di gran lunga le sue
modeste possibilità. Ne parlò con la moglie la quale capì l’angoscia
provata dal marito. Ella sapeva quanto egli fosse legato agli insegnamenti
e alle disposizioni del suo Rebbe e vedeva come era felice ogni volta che
gli veniva assegnata una  missione. Gli ricordò che il Rebbe aveva sempre
spronato i suoi chassidìm ad avere fiducia in Hashèm, in qualsiasi
situazione, e ad essere sempre allegri. Sicuramente Hashèm li avrebbe
aiutati e reb Gabriel avrebbe potuto racimolare quel denaro per la
scarcerazione dei fratelli. Questa donna speciale, Channa-Rivka, se ne andò
a vendere la sua collana di perle e altri gioielli suoi. Tornata a casa
annunciò al marito: ”Ecco i soldi che devi dare al Rebbe”. Gli consigliò di
recarsi immediatamente a Lyozna per consegnarglieli direttamente.

Reb Gabriel, commosso dal fatto che sua moglie non aveva esitato un istante
a vendere i suoi preziosi effetti personali, rispose che avrebbe aspettato
il ritorno dell’agente del Rebbe, colui che era incaricato di prelevare i
contributi di tutti i chassidìm. Passò poco tempo e la situazione economica
di reb Gabriel si deteriorò maggiormente ed egli temette di farsi tentare
da quei soldi che aveva a portata di mano. Decise di andare a Lyozna il più
presto possibile per non custodire in casa sua ciò che rischiava di
diventare una trappola! Arrivato dal Rebbe, mise il borsellino sul tavolo e
spiegò che, dato che le sue risorse si erano prosciugate, aveva preferito
sbrigarsi a portare il denaro per non essere indotto a prelevarne una parte
per scopi* * personali e che, pertanto, non aveva aspettato l’inviato del
Rebbe. Rebbe Shneur Zalman gli ingiunse di aprire il borsellino: entrambi
furono abbagliati dal particolare luccichio emanato dalle monete, esse
scintillavano come se fossero appena uscite dalla zecca e parevano non
essere mai state utilizzate prima d’ora. Reb Gabriel non riusciva a
spiegarsi questo fenomeno. Quanto al Rebbe, rimase un momento assorto dai
pensieri, gli occhi fissi sulle monete. Poi alzò il capo e disse: ”Quando
gli ebrei furono invitati a costruire il Santuario, la dimora di Hashèm in
terra, portarono oro, argento e rame. Nessuno di questi materiali brillava,
ad eccezione fatta degli specchi che le donne donarono di tutto cuore e con
i quali si fabbricò il lavabo di purificazione, creato per ultimo anche se
doveva diventare il primo utensile usato dai * Cohanìm *(sacerdoti) per
procedere ai sacrifici, poiché ‘l’inizio si ricongiunge con la fine’. Dimmi
ti prego, da dove vengono questi soldi?”

Imbarazzato, reb Gabriel, si trovò costretto a raccontargli le sue
preoccupazioni finanziarie, come sua moglie andò di sua propria iniziativa
a vendere subito i suoi gioielli e come ella gli suggerì di andare a
consegnare immediatamente i profitti al Rebbe. Il Rebbe ascoltò
attentamente ogni dettaglio del racconto, poi disse: ”Che D-o dia a te e a
tua moglie, figli e figlie, buona salute e lunga vita per vedere nascere e
crescere nipoti e pronipoti e che D-o vi conceda, sempre, ancora e ancora,
successo in tutto ciò che intraprenderete e che voi possiate trovare grazia
agli occhi di tutti. Chiudi il negozio e avvia un commercio di perle e
pietre preziose”.

Sorpreso e felice di questa meravigliosa benedizione, reb Gabriel tornò  a
casa e riferì a sua moglie l’esito del suo colloquio. Le chiese come mai le
monete brillavano in quel modo. Channa-Rivka rispose che le aveva fatte
sfregare con della sabbia fino ad ottenere quel risultato, quel bagliore
paragonabile alle stelle del cielo, affinché D-o abbia pietà di entrambi,
che li salvi da quella difficile situazione e affinché il loro “mazal”
(buona sorte) riprenda a scintillare. Rab Gabriel chiuse il negozio, si
mise a comprare e vendere perle e pietre pregiate e si arricchì
prodigiosamente. I nobili della regione di Vitebsk diventarono suoi clienti
fissi. Un anno dopo, sua moglie diede alla luce il figlio primogenito:
Chayim. Reb Gabriel continuò a prosperare e ad essere amato da tutti, a tal
punto che fu soprannominato: “Reb Gabriel Nosse Chèn, colui che trova
grazia agli occhi di tutti”. Per ben quarant’anni trattò preziosi* *e fu
benedetto da conoscenti, clienti ed amici. Fece sposare i figli con
rampolli di importanti famiglie ebraiche della regione. Affidò loro le cure
della sua attività e se ne ritirò per dedicarsi allo studio della Torà e ad
opere di beneficenza. La sua casa era sempre aperta ai poveri e agli ospiti
e grazie a lui la comunità chassidica di Vitebsk fiorì rigogliosamente.

Benedetta sia la sua memoria.
 

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BENTORNATO A CASA FIGLIO DI TUTTI…

Bentornato a casa, figlio di madri che non dormivano la notte preoccupandosi per la tua vita. Figlio di padri che tremavano ogni giorno per il tuo destino. Fratello di ragazzi che pregavano con fervore per la tua incolumità fisica. Amico di bambini che ti nominavano ogni sera dopo il loro Shemà Israel. Fiamma accesa ogni  venerdì sera con il cuore colmo di speranza per un tuo futuro migliore. Stella del cielo la cui luce ha brillato per 1935 notti consecutive.  Collante capace di unire donne e uomini di tradizioni, colori e accenti diversi, in un sogno comune. Pesce comprato al mercato del terrorismo al prezzo di mille squali. Lacrima su volti di persone che non ti hanno mai conosciuto. Parola mormorata davanti all’impasto del pane festivo. Membro di una grande famiglia, sparsa ai quattro angoli della terra, il cui Padre è lì, sempre pronto ad ascoltare. Parte di una nazione il cui principio ‘chi salva una vita, salva un mondo intero’ non giace dimenticato in qualche antico libro abbandonato.  Miracolo vivente la cui forza di sorridere dopo infinite notti lontane da casa, è la più grande lezione di vita per tutti noi. Soldato restituito alla luce della libertà dopo anni di buia prigionia. Simbolo concreto del potere della preghiera.  Grazie D-o per averci ridato un fratello disperso. Bentornato a casa, Gilad Shalit.  Che D-o ti protegga. E protegga il tuo popolo. Da coloro per cui mille persone valgono meno di un solo individuo.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

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Simchat Torà Di Un Cantonista

Simhat Torà, nella « Sinagoga dei Soldati» della città S., nell’antica Russia, era uno spettacolo meraviglioso. C’era una gioia vera e genuina in quella piccola Sinagoga, in cui la maggioranza dei membri erano, una volta, cantonisti.

Lo spettacolo più emozionante era quando al culmine della gioia, uno dei vecchi soldati, danzando con i Rotoli della Torà tra le braccia, strappava la sua camicia, scoprendo profonde cicatrici sul petto e sulle spalle, e cantava: « Torà, Torà, io ti amo »

Dopo le Hakafot, noi, giovani nella piccola Sinagoga, lo circondavamo pregandolo di raccontarci delle sue cicatrici. Affascinati, ascoltavamo il suo racconto, sebbene lo avessimo sentito già così tante volte. Ecco quel che diceva:

«Avevo otto anni, quando Rabbi Shlomo, mio padre, di buona memoria, fu raggiunto dal terribile ordine di consegnare 20 ragazzi della nostra città all’esercito dello Zar.

Ci fu molto clamore nella nostra cittadina. Per tutti i genitori, compresi i miei, che avevano figli della mia età, ciò significava il giorno del giudizio.

Se tutti i ragazzi nella città fossero morti di peste nello stesso giorno, la tragedia non sarebbe stata tanto grande.

Nella casa di mio padre si riunirono tutti i consiglieri della nostra comunità. Alcuni, tra i più ricchi, offrirono grandi somme per le casse della comunità,pur di risparmiare i propri figli.

Ma mio padre non accettò. Chiese che tutti i ragazzi fossero trattati ugualmente, e che il reclutamento fosse fatto per sorteggio.

Sebbene fossi giovane, mi accorsi che la tragedia era terribile, e coricato sul mio letto fingendo di dormire, udii molte voci concitate, nella stanza attigua, dove si teneva la riunione.

« E che ne sarà del tuo Dovidel? » . Rabbrividii al suono del mio nome.

« Certamente non ci saranno eccezioni » fu la grave risposta di mio padre. La riunione continuò quasi tutta la notte, ma mi addormentai prima che finisse.

Al mio risveglio di mattina, trovai mia madre seduta sul mio letto,

i suoi occhi eran rossi per il pianto e per la lunga veglia.

Mi abbracciò non appena aprii gli occhi, e sentii due calde lacrime sulla mia guancia.

Non c’era bisogno di parole. Sapevo che sarei stato uno di quei ragazzi che sarebbero stati mandati via da casa, forse per non rivedere mai più i genitori.

« Non piangere, mamma » , dissi « tornerò ».

« Quel che mi preoccupa, Dovidel » , disse mia madre « è se tornerai un ebreo ».

« Mamma, sarò sempre un ebreo » dissi risolutamente.

La scena si ripeté di nuovo quando sedetti alle ginocchia di mio padre, nel suo piccolo studio. Egli mi parlò lungamente.

Non c erano lacrime nei suoi occhi, ma sapevo che gli si spezzava il cuore.

Il babbo non visse molto a lungo; morì una settimana prima che i ragazzi sarebbero stati consegnati.

Alcuni giorni dopo, due stranieri vennero alla città. Dicevano di esser venuti per l’acquisto di bestiame dalle fattorie vicine. Si sparse la voce ch’erano rapitori. La gente sussurrava ch’erano stati corrotti dalle famiglie ricche per lasciar i loro bambini e per completare la quota rapendo i ragazzi delle famiglie povere. Il piano di mio padre non fu osservato.

Il giorno in cui apparvero i rapitori, pareva che la nostra città avesse perso tutti i suoi ragazzi. La mamma mi nascose in cantina. Poi i rapitori vennero in casa nostra. Sentivo delle voci rozze, una debole lotta, poi un respiro affannoso, ed un colpo sordo, come un corpo senza vita che cadesse a terra. Non potevo più stare nascosto. Salii i gradini che portavano alla porta della cantina e gridai « mamma, stai bene? Fammi uscire! » .

In seguito fui afferrato da delle forti mani e fui portato via.

Vidi mia madre giacere sul pavimento. Combattei disperatamente, ma invano. Potevo solo gridare: « Bruti, avete ucciso mia madre ».

« Tua madre starà bene » dissero. « Adesso fa’ il bravo ragazzo o te ne pentirai » .

Fummo portati via in due vagoni; eravamo legati insieme, e l’e

stremità della corda era legata al vagone.

Tutta la città si riversò fuori per vederci partire, e c’era anche mia madre. Non dimenticherò mai quell’addio.

Una guardia armata circondò i nostri vagoni e tenne la gente a bada. Ma improvvisamente mia madre si fece avanti, tentando di lanciarmi dei pacchetti. Le sue parole d’addio furono « Non dimenticare il tuo Bar Mizvà » . C’erano un paio di Tefillin ed un libricino di preghiere, ma il mio Bar Mizvà era così lontano…

« Ebbene, non vi dirò quel che passai nei successivi tre anni di esercitazioni » . Non era un allenamento militare, ma una sistematica preparazione per la conversione, con interminabili bastonate e torture ogni volta che rifiutavamo di mangiare a capo scoperto, o di baciare la croce; e noi sempre rifiutammo.

In quegli anni cominciarono a considerarmi come il « capo » del nostro gruppo. Essendo il figlio di un Rabbino ed avendo appreso molto di più degli altri, tutti mi si rivolgevano in cerca di guida ed incoraggiamento. Sapevo che se avessi mostrato la minima debolezza, lo spirito dei ragazzi sarebbe stato frantumato dal crudele ed orribile « allenamento » in cui eravamo.

Il sergente responsabile del nostro gruppo, venne in qualche modo a saperlo. Da quel momento concentrò su di me tutta l’« artiglieria pesante ». Sarebbe dovuto essere un esempio per gli altri ragazzi il rinunciare alla mia fede.

Un giorno, dopo delle terribili percosse, fui condotto dinanzi al sergente. Era presente un prete che tentò di essere amichevole e preoccupato. Seguì una lunga conversazione, e quando uno interrompeva per riprender fiato, l’altro continuava. Mi si parlò di un futuro luminoso, di una brillante carriera nell’accademia militare, della sgargiante uniforme di un generale, dell’onore e del potere di un governatore; ma se io rifiutavo, sarei morto da miserabile, e non avrei mai rivisto mia madre.

Continuarono a parlare, ma mi era difficile seguire quel che dicevano. Ero solo conscio di un acutdolore in tutto il mio corpo, e di una sete tormentosa. Chiesi di bere dell’acqua.

Il sergente riempì un bicchiere d’acqua frizzante, e quando feci per prenderlo, me lo allontanò. « Non così in fretta, ragazzo mio, devi prima darci una risposta ».

« Vi prego, datemi l’acqua, vi risponderò entro tre giorni » – dissi disperatamente.

Il sergente e il prete si scambiarono delle occhiate, e mi permisero di ber l’acqua.

I tre giorni successivi furono i peggiori della mia vita.

Giacevo sulla mia cuccetta con tutto il corpo dolorante, ma la mia agonia mentale era peggiore. Avrei potuto tener duro ancora a lungo? Avrei dovuto rinunciare? E poi, pensavo alle mie responsabilità, agli altri ragazzi del gruppo, scossi la testa e gridai:

« No, no, no! » Era così, – si e no, tutto il tempo.

Infine, giunse l’ultima notte prima del giorno fatale. Fui visitato dal sergente « Stai bene, ragazzo mio. Non sarà un gran giorno, domani? » .

« Lo sarà certamente » , replicai. Se ne andò orgoglioso, sentendosi sicuro che l’indomani sarebbe stato un giorno di trionfo per lui, un giorno di promozione, quando il generale, dandogli una pacca sulla spalla, avrebbe detto « Ben fatto, Ivan » ed il prete lo avrebbe benedetto dicendogli di aver « salvato un’anima », promettendogli la vita eterna.

Quella notte, feci uno strano sogno. Ero nella mia cittadina, sugli argini del nostro fiume, in cui mi tuffai per una nuotata.

Improvvisamente un terribile crampo m’impedì di nuotare ancora.

Ero spaventato ed il mio respiro

affannoso. Volevo gridare per chiedere aiuto, ma non potevo emettere alcun suono. Stavo affogando… Poi vidi galleggiare una paglia, e l’afferrai disperatamente. All’improvviso la paglia si trasformò in una grossa catena d’oro, la cui estremità era saldamente assicurata ad un albero sul bordo del fiume. Appena afferrai la parte di catena più vicina a me, vidi che consisteva di molti anelli che diventavano sempre più grandi man mano che eran più lontani da me.

Poi notai parole d’oro incise negli anelli, e quando guardai più da vicino, potei leggere « Abramo, Isacco, Giacobbe » sugli anelli più grandi e più lontani, seguiti da molti altri antichi nomi a me così familiari dalla Bibbia. Quando guardai il mio anello, lessi il mio nome inciso su di esso, ed era sicuramente sorretto dall’anello di mio padre.

Per un istante mi sentii sicuro e felice, ma poi con mio grande orrore, vidi che il mio anello si stava lentamente spezzando.

Ancora un minuto e si sarebbe completamente staccato dalla catena e sarebbe affondato…

« No, no! » gridai « non romperti! » .

Mi svegliai con un sussulto e il mio cuore stava battendo affannosamente. Piansi per tutta la notte.

La grande sala da messa era ricolma. Sedevamo molti militari e tra di loro il mio sergente ed il prete. Nella sala sedevano molte giovani reclute ebree del mio stesso gruppo, e di altre unità. Era stato elaborato un vero e proprio piano per la mia « conversione ».

Condotto all’altare, mi fu chiesto cerimoniosamente di dichiarare la mia volontà di diventare un Cristiano, ma non risposi immediatamente. Mi voltai, gettando delle

occhiate deliberate alle mie compagne reclute-ebree, ed alle pareti adornate con varie spade e sciabole, ed al cielo blu che si vedeva dalle finestre.

Essi divennero impazienti a capo tavolo, e mi incitarono di nuovo a dichiarar loro la mia volontà d’abbracciare la loro fede.

Camminai verso la parete e staccai una piccola accetta. Ritornato al tavolo, posai tre dita su di essa, evitando con cura il medio, attorno al uale speravo di avvolgere le cinghie dei Tefillin, un giorno, e prima che nessuno potesse realizzare ciò che stavo per fare, sollevai l’accetta per farla ricadere con tutta la mia forza sulle mie dita.

« Ecco la tua risposta per i tre giorni! » dissi, agitando la mia mano sanguinante sulle loro facce. Il momento dopo, svenni.

II vecchio Cantonista fece una pausa e guardò con orgoglio la sua mano sinistra in cui mancavano le punta di tre dita. Non ci disse nient’altro, ma sapevamo che fu questo vecchissimo soldato che causò l’abrogazione del crudele decreto dello Zar. In tutta la corte imperiale non si parlò che della storia dell’eroismo del giovane e della sua devozione alla sua fede. Quando lo Zar Nicola lo udì, seppe che finché ci fossero stati ragazzi come questoDavid trai suoi sudditi ebrei, tutti i suoi decreti erano condannati a cadere.

Guardammo con ammirazione il vecchio Cantonista, ma l’adorazione dell’eroe era qualcosa che lui stesso non sopportava. Egli saltò fuori dal suo posto e cominciò a cantare ed a danzare:

« La Torà è la nostra unica scelta, per cui a Simhat Torà – gioite, gioite »

 

tratto da chabad.org

 

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LA FESTA DELLA SPERANZA NEL GHETTO DI KOVNO

Sono più di 3000 anni che il popolo ebraico è stato liberato dall’Egitto. Per ben quarant’anni errò nel deserto dove eresse delle fragili capanne chiamate Sukkòt. Gli ebrei del mondo intero se ne ricordano ogni anno consumando tutti i pasti in queste capanne. L’altra mitzvà-precetto, consiste nel benedire gli Arba’à Minìm – le Quattro Specie vegetali legate in un mazzo: il Lulàv, rami di palma, l’Etròg, il cedro (di Calabria, di preferenza), gli Hadassìm, ramoscelli di mirto e le ‘Aravòt, ramoscelli di salice. L’insieme viene comunemente chiamato Lulàv.

 

***

Durante la seconda guerra mondiale l’esercito nazista aveva conquistato la regione di Kovno. Centinaia di famiglie ebraiche furono stipate nel ghetto in spaventose condizioni di promiscuità e di fame. Sullo sfondo di distruzioni e bombardamenti, i profughi del ghetto avevano a disposizione abbastanza legna per costruirsi le proprie capanne. Ma come si sarebbero procurati i rami delle piante? Accadde un evento straordinario. I tedeschi sapevano che a Vilna e Kovno c’erano fabbriche che potevano essere sfruttate per lo sforzo bellico e obbligarono gli ebrei a lavorare come schiavi per produrre armi e bombe. Gli operai dovevano anche riparare i macchinari. Qualche giorno prima del Sukkòt del 1943, gli ebrei di Kovno si domandarono come avrebbero potuto recitare la berachà di “Shehècheyànu” (“che ci ha mantenuti in vita”) sul comandamento delle Quattro Specie: è la preghiera sulla vita! La Halachà – legge ebraica -     stabilisce che non si recitano berachòt e non si scuote il fascio di ramoscelli quando la ricorrenza cade di shabbàt. Ora erano di fronte a un dilemma: gli ingegneri ebrei di Vilna dovevano recarsi a Kovno per la riparazione dei macchinari, così avrebbero portato con loro il Lulàv, ma solo per un giorno, lo shabbàt appunto! Venne consultato il rav di Kovno, rav Dov Ber Kahane Shapiro, per ottenere una deroga che permettesse loro, in via eccezionale, di adempiere a questa mitzvà di shabbàt, ma egli non poté accontentarli poiché si era ammalato. Si rivolsero allora al rav Efraim Oshry, presentandogli il loro caso che non poteva essere immaginato che in un incubo come la Shoà. Purtroppo, nei suoi testi giuridici rav Oshry non poté trovare risposta in merito. Tuttavia, disponeva di un elemento: “Sì, in certe situazioni si può applicare il comandamento anche di shabbàt”. Ciònonstante, vigeva sempre il divieto emesso dalla Torà di rilasciare un’autorizzazione esplicita. La gente aveva bisogno di tenere alto il morale ma un rav non poteva sentenziare ufficialmente qualcosa in opposizione alla halachà. Pertanto, la decisione stava nelle loro mani. Migliaia di ebrei, quello shabbàt, si precipitarono nella fabbrica dove era stato nascosto il Lulàv. Con gli occhi umidi di emozione pronunciarono le due berachòt, con particolare intensità quella di Shehècheyànu, con la quale si ringrazia Hashèm – il Sig-re di averci concesso la vita per un giorno ancora. Sì, ma fino a quando? Le loro lacrime dolci e amare avevano un gusto migliore delle mele che intinsero nel miele a Rosh Hashanà… Gli ebrei di Kovno erano consapevoli che molto probabilmente sarebbe stata l’ultima volta che vedevano un Lulàv e un Etròg. Ma erano ancora in grado di ringraziare il Sig-re per aver dato loro quest’ultima possibilità.

Quando arriva Sukkòt, mi domando sempre quale sia veramente la regola. Nessuno sembra conoscerla sebbene il Maimonide stabilisce che, nel Bet-Hamikdàsh-Tempio di Gerusalemme, si compiva la mitzvà anche di shabbàt. Di una cosa, però, sono sicuro: sono colmo di ammirazione e rispetto per la emunà-fede che animava questi ebrei che non volevano rinunciare a nessuna buona azione, persino in condizioni disumane.

 

Allora, questo Sukkòt, quando vi verrà proposto per strada, in aereo o in sinagoga di avvicinare il Lulàv et l’Etròg al vostro torace e di recitare le relative benedizioni, ringraziate di tutto cuore Hashèm per la vita che vi regala, per il privilegio di vivere in un’epoca dove gli ebrei sono liberi di praticare la loro religione.

 

 

 

 

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LULÀV: Leggere attentamente le istruzioni contenute nel foglio illustrativo

Che cos’è. Lulàv (palma), con sapore e senza profumo; hadàs (mirto), con profumo ma senza sapore; etròg (cedro), con sapore e profumo; ‘aravà (salice), senza profumo né sapore. Questi prodotti, utilizzati insieme durante la festa di Sukkòt, formano gli “arba’àt haminìm”, le quattro specie.
Perché si usa. Le quattro specie sono utili in caso si sia affetti da: successo (difficile da superare indenni), ricchezza (uno status che non tutti sono in grado di affrontare), celebrità (sembra naturale poter guardare tutti dall’alto), intelligenza (non sempre si è in grado di utilizzarla correttamente). Spesso tali condizioni sono accompagnate da un senso di: arroganza, superbia, vanità e superiorità.

E’ importante sapere che. Il lulàv rappresenta l’ebreo che conosce la Torà approfonditamente ma la cui osservanza è ripetitiva e un po’ arida. Il hadàs rispecchia l’ebreo che rispetta le mitzvot ma non è in grado di studiare la Torà. L’etròg ricorda l’ebreo perfetto sotto ogni punto di vista. La ‘aravà simula l’ebreo semplice che non conosce le mitzvot e tantomeno la Torà. Effetti sulla capacità di giudicare il prossimo. Immediati.

Precauzioni per l’uso. L’uso delle quattro specie, soprattutto se prolungato, può dare origine a fenomeni di sensibilizzazione; in tal caso ci si potrebbe trovare a capire, apprezzare e persino rispettare, le persone più semplici, quelle a cui la vita la non ha concesso la possibilità di nascere in una famiglia che insegnasse le mitzvot, al quale non è stato ancora possibile, per circostanze fortuite, studiare approfonditamente la Torà. Individui semplici. Ma privilegiati. Perchè parte di un popolo in cui ogni persona, a prescindere dal proprio livello di osservanza e conoscenza, possiede la propria importanza.
In caso di dubbi. Consultare il proprio rabbino di riferimento.

Note di educazione ebraica. La purezza dell’ebreo semplice è un tutt’uno con l’essenza della semplicità divina (Baal Shem Tov).

Chag sameach!

Gheula Canarutto Nemni

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Yom Kippùr in prigione

 

Boris 1,95 m, 120 kg di muscoli, la quarantina, stava in piedi di fronte a me e mi squadrava dall’alto in basso. Il viso, la corpulenza e l’andatura di un assassino. Qualche anno fa trascorsi Yom Kippùr in una delle prigioni israeliane di cui sono il cappellano. Arrivai nel pomeriggio per verificare gli ultimi preparativi. Un’ora prima della festa, avevo fatto il giro delle cellule per augurare ai detenuti un buon digiuno e un buon anno. È lì che incontrai una montagna umana, una massa di carne impressionante… – “Du Reids yiddish (parli yiddish?)” Mi chiese facendomi capire che non parlava molto bene l’ebraico – “Yo!” Risposi. Mi strinse la mano e gli diedi una pacca amichevole sulla spalla e gli sorrisi. Si ammansì un poco, con un abbozzo di sorriso sulle labbra. Informò i suoi compagni: “Er iz besseder, è dei nostri”. In parole povere, benvenuto nel clan dei mafiosi… Sulla sua enorme spalla aveva un tatuaggio che raffigurava un vecchio ebreo dalla lunga barba bianca e con un cappello di pelliccia; con un ginocchio in terra, teneva in mano sopra la testa le due estremità di una spada, su un’estremità vi era incisa la stella di Davide. – “Perché ha quel tatuaggio?” Domandai. – “Sono ebreo, io! E voglio che lo sappiano tutti. Soprattutto quei perdenti dei russi, aggiunse mormorando. E sono un Cohèn, io !” Concluse con orgoglio. – “Ma, mi dica, cosa sa dell’ebraismo ?” – “Niente di niente!” Scoppiò in una risata violenta che mal celava sofferenze, paure, ma anche ostinazione. Era palesemente fiero delle sue origine etniche. Durante il digiuno, gli domandai cosa faceva per mantenersi in Russia. Con tono distratto rispose: “A Ganev ( ladro)” – “Quanto tempo ha passato in prigione?” – “In tutto più di 27 anni, entrando e uscendo per periodi più o meno lunghi…” – “Come sono le prigioni in Russia? Ho sentito che sono particolarmente difficili!” – “Le guardie sono diverse da quelle di qui, fece notare scoppiando a ridere ancora una volta. Qui sono umane, lì non lo erano affatto!” – “Come trascorreva il suo tempo?” – “Per anni dovevamo spaccare enormi blocchi di pietra, otto ore al giorno con strumenti molto pericolosi. Poi le guradie ce li facevano caricare sui camion e dai camion venivano buttati in mare! Tutto quel lavoro per niente! Lo scopo della carcerazione era di spaccarci il morale e basta! Niente altro!” – “Come consideravano gli ebrei?” – “Non li consideravano affatto”, affermò fissandomi con sguardo macabro. “Sceglievano i più deboli.” – “Chi?” – “I delinquentelli russi. Solo i più forti potevano sopravvivere in prigione soprattutto quando si trattava di ebrei”. – “E lei come ha sopravvissuto tutti quegli anni nelle prigioni russe con quel tatuaggio?” Accennò un sorriso. Ma i suoi occhi illustravano scene orribili. Ebbi un fremito. Era un ebreo, che si reputava completamente ignorante ma orgoglioso quanto basta per sfoggiare per così dire la sua carta d’identità sul braccio con quell’immagine che poteva procurargli mille condanne a morte. – “Ha subito agressioni?” – “Sì !” disse sollevando la sua maglietta e mostrandomi una lunga cicatrice sulla pancia. – “Cosa accadde?” – “Uno di fronte con una pala, l’altro alle spalle con un coltello…” – “E poi? – “Quello che mi stava davanti lo uccisi. Poi svenni e mi risvegliai all’infermeria”.

 

Non smisi di pensare a Boris per tutto lo Yom Kippùr. Prima dell’ultima funzione come è d’uso, pronunciai un discorso.

Rammentai i soprannominati ‘cantonisti’, i bambini ebrei catturati durante le retate della polizia dello Zar Nicola per servire per ben venticinque anni nell’esercito russo. Si valuta che ce ne furono decine di migliaia. Molti di loro riuscirono a rimanere insieme, tentando ad ogni costo di ricordarsi della fede dei loro avi e delle loro pratiche religiose. Ciò causò spietate bastonate e alcuni perirono a seguito delle gravi lesioni. Un giorno, prima di Kippùr un gruppo di rabbini si recò a San Pietroburgo per chiedere udienza presso lo Zar. A Yom Kippùr stesso si recarono in una sinagoga frequentata dai ‘cantonisti’. Giunse il momento della Neillà, i rabbini chiesero se uno di loro sapesse condurre l’ufficio. Gli risposero “Abbiamo l’abitudine di affidare questo arduo compito ad uno di noi. Quest’uomo ha veramente santificato il nome di D-o, ha subito angherie e gravi sofferenze”. L’uomo in questione si sbottonò la camicia: aveva la pelle coperta di ferite talmente era stato picchiato. Prostrati, i rabbini lo guardarono con pietà mista a rispetto. Prima di cominciare il Kaddìsh che apre la Neillà, il ‘cantonista’ pronunciò una richiesta che aveva lui stesso redatto: “Re dell’Universo! In questo momento tutto il popolo è al tuo cospetto; tutti gli ebrei ti implorano per ottenere soddisfazioni dai figli, per una buona salute e di che guadagnare da vivere degnamente. Noi, i ’cantonisti’, cosa ti chiediamo? Forse soddifazione dai figli ? No ! Non abbiamo potuto sposarci e non abbiamo avuto figli! Chiediamo forse lunga vita e buona salute? No ! Perché le nostre non sono vere vite ! Chiediamo soldi forse ? No! Viviamo della pensione che ci versa l’esercito per i servizi prestati alla patria! Allora cosa vogliamo? Non vogliamo niente per noi stessi perciò chiediamo solo: Yitgadàl Veyitkadàsh Shemé Rabbà- che il Grande Nome sia esaltato e santificato”

 

I prigionieri mi ascoltavano attentamente, alcuni – fra i più tosti – quasi piangevano. Proseguii: “Vi è scritto: D-o desidera il cuore! Non solo la mente ma anche il cuore. Ritengo normale di chiedere a Boris di aprire l’Arca Santa che rimarrà aperta durante tutta la Neillà affinché le nostre preghiere si innalzino fino al Cielo”. Tutti quanti scossero il capo in segno di approvazione. Boris si diresse esitando verso l’Arca, tirò la tenda, ma l’espressione del viso manifestava esplicitamente che non capiva perche gli venisse dato questo onore…

 

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Mai più senza il mio shofar

 

Mi ricordo del mio primo Rosh Hashanà a Conejo Valley, 25 anni fa, quando assunsi le funzioni di rabbino. Il primo giorno, dopo la Tefillà, la preghiera, esposi ai pochi congreganti che si presentarono quel giorno, le origini dell’usanza del Tashlìch e li invitai a seguirmi fino al corso d’acqua più vicino. Mentre ci dirigevamo verso il lago, uno dei fedeli mi fece presente che potevamo prendere una scorciatoia attraversando il parcheggio di un edificio poco distante. Lì, un’anziana signora, che camminava con l’aiuto di un deambulatore, ci vide e, con le lacrime agli occhi, esclamò in yiddish: ”Gut Yom Tov ! Chag Sameach! Gut Yom Tov!” Ci fermammo e ricambiammo l’augurio con un Gut Yom Tov e un Shanà Tovà (Buon Anno). Ci spiegò le ragioni della sua emozione: alcune settimane addietro aveva subito un intervento alla gamba e quindi si spostava con difficoltà. Era la prima volta della sua vita che non aveva assistito agli uffici religiosi in sinagoga per il Capodanno ebraico. E aveva trascorso la giornata a piangere per il rammarico. Quella era la sua prima uscita in quel parcheggio e chi incontrava? Un gruppo di ebrei che andavano al lago per il Tashlìch! Una sinagoga ambulante, per così dire. Le augurai una pronta guarigione, aggiungendo che sicuramente l’anno prossimo avrebbe potuto recarsi in sinagoga. Ci congedammo e continuammo per la nostra strada. Mentre stavo davanti al lago a recitare il rito del Tashlìch, mi resi conto che non ero stato all’altezza. Avevo incontrato una persona che si era rivolta al Sig-re dicendoGli: “Maestro dell’Universo! Oggi, non ho ascoltato lo Shofàr (corno di ovino), è la prima volta che non vado in sinagoga per Rosh Hashanà e mi sento talmente triste!” In Cielo D-o aveva esaudito le sue implorazioni, le aveva dato le forze per alzarsi dal letto per la prima volta dopo lunghe settimane. Egli aveva “arrangiato” le cose in modo che incontrasse un inviato del Rebbe di Lubàvitch, il quale, ricorrendo proprio a quella scorciatoia, avrebbe sicuramente portato con sé uno Shofàr nell’eventualità di un incontro con un ebreo che non ne avesse udito il suono. Tutto era stato coordinato nei minimi dettagli dall’Onnipotente, ma mancava un ingrediente essenziale: questo rabbino principiante – me medesimo – aveva dimenticato di portarsi appresso lo Shofàr! Di fatto, era la legittimità della mia funzione di rabbino che andava rimessa in discussione! Ero stravolto! Quella signora aveva pregato con tutto il cuore e D-o aveva accolto la sua supplica ma io non ero stato all’altezza e ho mandato tutto a monte! Nella strada di ritorno, insistetti per ripercorrere lo stesso tragitto, con la speranza di rivedere la povera signora. Ma non c’era più. Quella notte non riuscii a chiudere occhio. Avevo tradito la missione affidatami dal Rebbe, avevo tradito quell’anima in pena, avevo deluso il Creatore! Il secondo giorno di Rosh Hashanà, raccontai l’aneddoto ai fedeli riuniti per la Tefillà e chiesi dei volontari per aiutarmi a reperire la signora. Tornammo al parcheggio e bussammo ad ogni porta: “Scusateci, avete visto una signora che cammina con un deambulatore?” No, nessuno sapeva di chi stessimo parlando, normale, visto che era la prima volta che usciva a prendere una boccata d’aria. Per un’ora, sì, per un’ora intera, insistemmo presso tutti gli appartamenti fino a che un signore ci indicò una porta. Bussai. Mi scusai presso l’uomo che aprì:

- ”So che la domanda le sembrerà strana, ma sua moglie cammina con un deambulatore? E stata operata qualche settimana fa?”

- “ Si!” rispose con tono scontroso.

- “Allora desidererei suonare lo Shofàr per lei, l’ho incontrata ieri, è una lunga storia, sono un inviato del Rebbe di Lubàvitch…” Mi sbatté la porta in faccia. Ripetei il tentativo: – ”Mi scusi, non durerà più di due minuti, non sono un commesso viaggiatore, non voglio vendere niente…”

- “ Se ne vada!” ordinò seccamente.

 

In quel momento capii che la mia Teshuvà (pentimento) non era stata accolta. Avevo fallito e non sarebbe stato facile riparare i danni.

 

Mentre mi accingevo ad andarmene, udii la donna chiamare dal terrazzo:

- “ Signor rabbino, non se ne vada!” Mi aveva visto attraverso la ramatura.

- “ Oh, lei è qui dunque! Sono venuto per suonare lo Sohfàr. Ma questo signore non mi lascia entrare !”

- “ Non ci faccia caso! È mio marito !”

- “ Come faccio ad ignorarlo visto che è lui che blocca il passaggio!”

- “ Gli dirò di lasciarvi entrare!” Così potei fare ingresso ma l’uomo si sbrigò a sparire.

- “ Cosa succede?” domandai.

- “ Ce l’ha con gli ebrei praticanti! Nostro figlio è diventato praticante e non vuole più mangiare da noi poiché ritiene che la nostra cucina non è abbastanza kashèr”. Le spiegai che il Sig.re aveva ascoltato la sua preghiera, che esiste un Rebbe che manda i suoi discepoli a suonare lo Shofàr un po’ dappertutto nel mondo.

- “ Posso chiederle se suo marito ha udito lo Shofàr oggi?”

- “ Né ieri né oggi” rispose lei. Con il permesso della signora, bussai alla porta della sua camera:

- “ Sono venuto per suonare lo Shofàr per sua moglie. So che lei serba rancore nei confronti di suo figlio e tra l’altro mi occuperò di questo problema già da domani: gli procureremo vasellami e una piastra riscaldante affinché venga a mangiare da voi, non è poi una faccenda tanto complicata. Ma oggi la mitzwà (comandamento, buona azione) è di ascoltare lo Shofàr!”

 

Fui molto sorpreso del fatto che accettò di buon grado. Mentre avvicinavo lo Shofàr alla bocca, gridò:

 

- “ Stop! Ho bisogno di una kippà”. E se ne andò a prenderne una, riposi lo Shofàr sulle mie labbra ma… di nuovo:

- “ Stop! Neppure mio fratello ha compiuto la mitzvà!”

- “ Si trova qui?”, gli chiesi

- “ No, ma gli telefono!”

- “ Ehm, stop! Non si può telefonare a Rosh Hashanà!

- “ Non ho chiesto a lei di farlo, sono io che gli telefonerò”

- “ Lei o io non cambia niente, è vietato comunque!”

- “ E va bene, allora vado a cercarlo in macchina!”

- “ Neanche in macchina. Mi dia il suo indirizzo, mi recherò io da lui dopo”.

- “ Ma neanche per idea, vengo io con lei!”.

 

Ed è cosi che andammo entrambi a cercare il fratello. Dieci minuti prima mi aveva sbattuto la porta in faccia e adesso mi accompagnava a cercare un altro ebreo per la mitzvà dello Shofàr. Questi erano i miei esordi a Conejo Valley ed è con questo messaggio che proseguo il mio cammino fino ad oggi e fino alla venuta di Mashiàch!

Rav Brisky – Conejo, Califormia

 

 

 

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