Matza’ intera – guarigione completa

Un po’ più di due anni fa, quando ero di turno allo stand Lubàvitch dell’aeroporto di Lod – Tel Aviv, una hostess della compagnia British Airways conduceva un passeggero su una sedia a rotelle. Il sig.re Nathan Grinberg aveva a disposizione una mezz’ora prima dell’imbarco e desiderava nel frattempo pregare nella sinagoga. Naturalmente, l’hostess non poteva rimanere con lui e mi chiese se potevo accompagnarlo io. Accettai e il Sig.re Grinberg ne fu felice.

 

«Visto che si occupa di me, le racconterò una storia che lei, un chassìd Lubàvitch, apprezzerà sicuramente. Trentaquattro anni fa i medici scoprirono che stavo sviluppando un tumore cerebrale, che D-o ce ne guardi! All’epoca, il pronostico vitale era un impegno e non mi lasciarono serbare alcuna speranza. Consultai esperti più celebri ma la diagnosi si riconfermò e cominciai a presagire il peggio. Nonostante ciò i medici mi consigliarono di sottopormi ad un intervento rischioso con il quale, se avesse avuto buon esito, avrei vinto la battaglia con sicurezza. In gioventù, avevo studiato presso la yeshivà “Torà Vedàat” ma non avevo più mantenuto contatto con il movimento Lubàvitch. Mio fratello però, che viveva allora a Montreal, (mentre io sono di Brooklyn), conosceva molto bene alcuni dei suoi chassidìm. Tramite loro fece pervenire i dati del mio fascicolo medico al Rebbe di Lubàvitch al quale domandò, inoltre, se dovevo farmi operare o meno. La risposta non tardò: bisognava farsi operare! Rimasi comunque incerto e decisi di porre la domanda anche a rav Twersky noto per le sue ottime relazioni con chirurghi di fama mondiale. Anch’egli mi consigliò di seguire le disposizioni dei dottori. Si occupò di prenotarmi una camera privata nella migliore clinica. Alché mio fratello inviò una lettera al Rebbe per riunire un Minyàn (quorum di dieci uomini) al fine di pregare e leggere i salmi durante lo svolgimento dell’intervento. Ancora una volta il Rebbe rispose: ”Citerò il suo nome presso il luogo di sepoltura del Rebbe precedente il giorno dell’operazione.”

* * *

Il fatidico giorno arrivò. La notte prima, sdraiato sul letto dell’ospedale, pensavo a tutto ciò che mi aspettava: sapevo che certi pazienti non si svegliano. Il mio cuore, già tanto debole, si mise a battere più forte. Per giunta, i dottori non si erano dimostrati molto fiduciosi quanto ai risultati: molto probabilmente non avrei potuto recuperare tutte le mie facoltà e riprendere le mie attività. Coi nervi a fior di pelle, staccai tutti i tubi che mi collegavano all’apparecchio e fuggii! Benché consapevole di essere vittima di un eccesso di follia, respirai con sollievo. Inutile descrivervi la reazione della mia famiglia: erano intervenuti tutti quanti presso i migliori professionisti!  Un po’ seccato, Rav Twersky andò a presentare le sue scuse nonché a chiedere gentilmente un altro appuntamento. Questa volta l’operazione fu programmata per l’indomani del primo giorno di Pèsach. Mio fratello, che aveva ben capito i miei sentimenti, ricorse a tutti i mezzi possibili per convincermi ed incoraggiarmi. Si rivolse ai suoi amici chassidìm per fissare un appuntamento con il Rebbe. Era il giorno prima di Pèsach perciò la richiesta era impossibile da accontentare. Potevamo però tentare di presentarci davanti a lui quando distribuiva le matzòt-azzime. Così, poche ore prima della festa, mi ritrovai con mio fratello in una fila interminabile che aspettava davanti all’ufficio del Rebbe. Quando ci vide ingiunse al suo assistente, rav Groner, di darci una matzà intera. Aspettammo con emozione qualche secondo poi ci diede la matzà dicendo: “Questo è il cibo della guarigione. La metta sulla Kearà (il vassoio del Seder) in mezzo, ovvero quella che rappresenta la tribù di Levì. La sua guarigione sarà completa e intera come questa matzà. “Non avevo bisogno di una benedizione più esplicita di così. (n.d.r.: è utile ricordare che la matzà Levì, quella in mezzo, è la più importante, in quanto è con essa che compiamo la mitzvà di mangiare l’azzima durante il Sèder).

 

Quella volta, quando tornai all’ospedale ero pervaso da una gran fede. Ero relativamente calmo. Dopo l’operazione, i chirurghi evocarono un miracolo clinico. Mai, dissero, mai non avrebbero potuto sperare una guarigione tanto rapida e perfetta. In poco tempo potei riprendere le mie attività professionali, molto prima di quanto potessi sperare. Dal canto mio ciò che mi commosse di più fu il fatto, contrariamente a tutti i pronostici, che potei avere ancora due figli, aggiunti agli altri due avuti prima di ammalarmi. Anni dopo, mi resi conto che, sebbene avessi raccontato la mia storia a tanta gente enfatizzando il ruolo decisivo del Rebbe, non l’avevo mai ringraziato personalmente. Decisi quindi di ripresentarmi, questa volta di domenica mattina, durante la distribuzione del dollaro da dare in Tzedakà. Evidentemente, le mie intenzioni di parlare con il Rebbe erano palesi, pertanto fui tirato via per la manica della giacca per farmi andare avanti un po’ più velocemente e non far aspettare ulteriormente gli altri.

 

Ma il Rebbe di Lubàvitch fece un cenno per far intendere che mi si lasciasse in pace: mi aveva riconosciuto! Prese ancora quattro dollari supplementari – per i miei quattro figli – e prima che potessi proferire verbo, me li diede augurandomi: “Che lei non abbia più bisogno di miracoli e di meraviglie che sono state sollecitate in suo favore…”.

 

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