
Mi ricordo del mio primo Rosh Hashanà a Conejo Valley, 25 anni fa, quando assunsi le funzioni di rabbino. Il primo giorno, dopo la Tefillà, la preghiera, esposi ai pochi congreganti che si presentarono quel giorno, le origini dell’usanza del Tashlìch e li invitai a seguirmi fino al corso d’acqua più vicino. Mentre ci dirigevamo verso il lago, uno dei fedeli mi fece presente che potevamo prendere una scorciatoia attraversando il parcheggio di un edificio poco distante. Lì, un’anziana signora, che camminava con l’aiuto di un deambulatore, ci vide e, con le lacrime agli occhi, esclamò in yiddish: ”Gut Yom Tov ! Chag Sameach! Gut Yom Tov!” Ci fermammo e ricambiammo l’augurio con un Gut Yom Tov e un Shanà Tovà (Buon Anno). Ci spiegò le ragioni della sua emozione: alcune settimane addietro aveva subito un intervento alla gamba e quindi si spostava con difficoltà. Era la prima volta della sua vita che non aveva assistito agli uffici religiosi in sinagoga per il Capodanno ebraico. E aveva trascorso la giornata a piangere per il rammarico. Quella era la sua prima uscita in quel parcheggio e chi incontrava? Un gruppo di ebrei che andavano al lago per il Tashlìch! Una sinagoga ambulante, per così dire. Le augurai una pronta guarigione, aggiungendo che sicuramente l’anno prossimo avrebbe potuto recarsi in sinagoga. Ci congedammo e continuammo per la nostra strada. Mentre stavo davanti al lago a recitare il rito del Tashlìch, mi resi conto che non ero stato all’altezza. Avevo incontrato una persona che si era rivolta al Sig-re dicendoGli: “Maestro dell’Universo! Oggi, non ho ascoltato lo Shofàr (corno di ovino), è la prima volta che non vado in sinagoga per Rosh Hashanà e mi sento talmente triste!” In Cielo D-o aveva esaudito le sue implorazioni, le aveva dato le forze per alzarsi dal letto per la prima volta dopo lunghe settimane. Egli aveva “arrangiato” le cose in modo che incontrasse un inviato del Rebbe di Lubàvitch, il quale, ricorrendo proprio a quella scorciatoia, avrebbe sicuramente portato con sé uno Shofàr nell’eventualità di un incontro con un ebreo che non ne avesse udito il suono. Tutto era stato coordinato nei minimi dettagli dall’Onnipotente, ma mancava un ingrediente essenziale: questo rabbino principiante – me medesimo – aveva dimenticato di portarsi appresso lo Shofàr! Di fatto, era la legittimità della mia funzione di rabbino che andava rimessa in discussione! Ero stravolto! Quella signora aveva pregato con tutto il cuore e D-o aveva accolto la sua supplica ma io non ero stato all’altezza e ho mandato tutto a monte! Nella strada di ritorno, insistetti per ripercorrere lo stesso tragitto, con la speranza di rivedere la povera signora. Ma non c’era più. Quella notte non riuscii a chiudere occhio. Avevo tradito la missione affidatami dal Rebbe, avevo tradito quell’anima in pena, avevo deluso il Creatore! Il secondo giorno di Rosh Hashanà, raccontai l’aneddoto ai fedeli riuniti per la Tefillà e chiesi dei volontari per aiutarmi a reperire la signora. Tornammo al parcheggio e bussammo ad ogni porta: “Scusateci, avete visto una signora che cammina con un deambulatore?” No, nessuno sapeva di chi stessimo parlando, normale, visto che era la prima volta che usciva a prendere una boccata d’aria. Per un’ora, sì, per un’ora intera, insistemmo presso tutti gli appartamenti fino a che un signore ci indicò una porta. Bussai. Mi scusai presso l’uomo che aprì:
- ”So che la domanda le sembrerà strana, ma sua moglie cammina con un deambulatore? E stata operata qualche settimana fa?”
- “ Si!” rispose con tono scontroso.
- “Allora desidererei suonare lo Shofàr per lei, l’ho incontrata ieri, è una lunga storia, sono un inviato del Rebbe di Lubàvitch…” Mi sbatté la porta in faccia. Ripetei il tentativo: – ”Mi scusi, non durerà più di due minuti, non sono un commesso viaggiatore, non voglio vendere niente…”
- “ Se ne vada!” ordinò seccamente.
In quel momento capii che la mia Teshuvà (pentimento) non era stata accolta. Avevo fallito e non sarebbe stato facile riparare i danni.
Mentre mi accingevo ad andarmene, udii la donna chiamare dal terrazzo:
- “ Signor rabbino, non se ne vada!” Mi aveva visto attraverso la ramatura.
- “ Oh, lei è qui dunque! Sono venuto per suonare lo Sohfàr. Ma questo signore non mi lascia entrare !”
- “ Non ci faccia caso! È mio marito !”
- “ Come faccio ad ignorarlo visto che è lui che blocca il passaggio!”
- “ Gli dirò di lasciarvi entrare!” Così potei fare ingresso ma l’uomo si sbrigò a sparire.
- “ Cosa succede?” domandai.
- “ Ce l’ha con gli ebrei praticanti! Nostro figlio è diventato praticante e non vuole più mangiare da noi poiché ritiene che la nostra cucina non è abbastanza kashèr”. Le spiegai che il Sig.re aveva ascoltato la sua preghiera, che esiste un Rebbe che manda i suoi discepoli a suonare lo Shofàr un po’ dappertutto nel mondo.
- “ Posso chiederle se suo marito ha udito lo Shofàr oggi?”
- “ Né ieri né oggi” rispose lei. Con il permesso della signora, bussai alla porta della sua camera:
- “ Sono venuto per suonare lo Shofàr per sua moglie. So che lei serba rancore nei confronti di suo figlio e tra l’altro mi occuperò di questo problema già da domani: gli procureremo vasellami e una piastra riscaldante affinché venga a mangiare da voi, non è poi una faccenda tanto complicata. Ma oggi la mitzwà (comandamento, buona azione) è di ascoltare lo Shofàr!”
Fui molto sorpreso del fatto che accettò di buon grado. Mentre avvicinavo lo Shofàr alla bocca, gridò:
- “ Stop! Ho bisogno di una kippà”. E se ne andò a prenderne una, riposi lo Shofàr sulle mie labbra ma… di nuovo:
- “ Stop! Neppure mio fratello ha compiuto la mitzvà!”
- “ Si trova qui?”, gli chiesi
- “ No, ma gli telefono!”
- “ Ehm, stop! Non si può telefonare a Rosh Hashanà!
- “ Non ho chiesto a lei di farlo, sono io che gli telefonerò”
- “ Lei o io non cambia niente, è vietato comunque!”
- “ E va bene, allora vado a cercarlo in macchina!”
- “ Neanche in macchina. Mi dia il suo indirizzo, mi recherò io da lui dopo”.
- “ Ma neanche per idea, vengo io con lei!”.
Ed è cosi che andammo entrambi a cercare il fratello. Dieci minuti prima mi aveva sbattuto la porta in faccia e adesso mi accompagnava a cercare un altro ebreo per la mitzvà dello Shofàr. Questi erano i miei esordi a Conejo Valley ed è con questo messaggio che proseguo il mio cammino fino ad oggi e fino alla venuta di Mashiàch!
Rav Brisky – Conejo, Califormia
“Che D-o sia con te!” Con queste parole mi separai da mio padre uscendo dal rifugio, diretta nelle tenebre e nel gelo della notte. Erano le quattro del mattino e il buio era fitto.





