Mai più senza il mio shofar

 

Mi ricordo del mio primo Rosh Hashanà a Conejo Valley, 25 anni fa, quando assunsi le funzioni di rabbino. Il primo giorno, dopo la Tefillà, la preghiera, esposi ai pochi congreganti che si presentarono quel giorno, le origini dell’usanza del Tashlìch e li invitai a seguirmi fino al corso d’acqua più vicino. Mentre ci dirigevamo verso il lago, uno dei fedeli mi fece presente che potevamo prendere una scorciatoia attraversando il parcheggio di un edificio poco distante. Lì, un’anziana signora, che camminava con l’aiuto di un deambulatore, ci vide e, con le lacrime agli occhi, esclamò in yiddish: ”Gut Yom Tov ! Chag Sameach! Gut Yom Tov!” Ci fermammo e ricambiammo l’augurio con un Gut Yom Tov e un Shanà Tovà (Buon Anno). Ci spiegò le ragioni della sua emozione: alcune settimane addietro aveva subito un intervento alla gamba e quindi si spostava con difficoltà. Era la prima volta della sua vita che non aveva assistito agli uffici religiosi in sinagoga per il Capodanno ebraico. E aveva trascorso la giornata a piangere per il rammarico. Quella era la sua prima uscita in quel parcheggio e chi incontrava? Un gruppo di ebrei che andavano al lago per il Tashlìch! Una sinagoga ambulante, per così dire. Le augurai una pronta guarigione, aggiungendo che sicuramente l’anno prossimo avrebbe potuto recarsi in sinagoga. Ci congedammo e continuammo per la nostra strada. Mentre stavo davanti al lago a recitare il rito del Tashlìch, mi resi conto che non ero stato all’altezza. Avevo incontrato una persona che si era rivolta al Sig-re dicendoGli: “Maestro dell’Universo! Oggi, non ho ascoltato lo Shofàr (corno di ovino), è la prima volta che non vado in sinagoga per Rosh Hashanà e mi sento talmente triste!” In Cielo D-o aveva esaudito le sue implorazioni, le aveva dato le forze per alzarsi dal letto per la prima volta dopo lunghe settimane. Egli aveva “arrangiato” le cose in modo che incontrasse un inviato del Rebbe di Lubàvitch, il quale, ricorrendo proprio a quella scorciatoia, avrebbe sicuramente portato con sé uno Shofàr nell’eventualità di un incontro con un ebreo che non ne avesse udito il suono. Tutto era stato coordinato nei minimi dettagli dall’Onnipotente, ma mancava un ingrediente essenziale: questo rabbino principiante – me medesimo – aveva dimenticato di portarsi appresso lo Shofàr! Di fatto, era la legittimità della mia funzione di rabbino che andava rimessa in discussione! Ero stravolto! Quella signora aveva pregato con tutto il cuore e D-o aveva accolto la sua supplica ma io non ero stato all’altezza e ho mandato tutto a monte! Nella strada di ritorno, insistetti per ripercorrere lo stesso tragitto, con la speranza di rivedere la povera signora. Ma non c’era più. Quella notte non riuscii a chiudere occhio. Avevo tradito la missione affidatami dal Rebbe, avevo tradito quell’anima in pena, avevo deluso il Creatore! Il secondo giorno di Rosh Hashanà, raccontai l’aneddoto ai fedeli riuniti per la Tefillà e chiesi dei volontari per aiutarmi a reperire la signora. Tornammo al parcheggio e bussammo ad ogni porta: “Scusateci, avete visto una signora che cammina con un deambulatore?” No, nessuno sapeva di chi stessimo parlando, normale, visto che era la prima volta che usciva a prendere una boccata d’aria. Per un’ora, sì, per un’ora intera, insistemmo presso tutti gli appartamenti fino a che un signore ci indicò una porta. Bussai. Mi scusai presso l’uomo che aprì:

- ”So che la domanda le sembrerà strana, ma sua moglie cammina con un deambulatore? E stata operata qualche settimana fa?”

- “ Si!” rispose con tono scontroso.

- “Allora desidererei suonare lo Shofàr per lei, l’ho incontrata ieri, è una lunga storia, sono un inviato del Rebbe di Lubàvitch…” Mi sbatté la porta in faccia. Ripetei il tentativo: – ”Mi scusi, non durerà più di due minuti, non sono un commesso viaggiatore, non voglio vendere niente…”

- “ Se ne vada!” ordinò seccamente.

 

In quel momento capii che la mia Teshuvà (pentimento) non era stata accolta. Avevo fallito e non sarebbe stato facile riparare i danni.

 

Mentre mi accingevo ad andarmene, udii la donna chiamare dal terrazzo:

- “ Signor rabbino, non se ne vada!” Mi aveva visto attraverso la ramatura.

- “ Oh, lei è qui dunque! Sono venuto per suonare lo Sohfàr. Ma questo signore non mi lascia entrare !”

- “ Non ci faccia caso! È mio marito !”

- “ Come faccio ad ignorarlo visto che è lui che blocca il passaggio!”

- “ Gli dirò di lasciarvi entrare!” Così potei fare ingresso ma l’uomo si sbrigò a sparire.

- “ Cosa succede?” domandai.

- “ Ce l’ha con gli ebrei praticanti! Nostro figlio è diventato praticante e non vuole più mangiare da noi poiché ritiene che la nostra cucina non è abbastanza kashèr”. Le spiegai che il Sig.re aveva ascoltato la sua preghiera, che esiste un Rebbe che manda i suoi discepoli a suonare lo Shofàr un po’ dappertutto nel mondo.

- “ Posso chiederle se suo marito ha udito lo Shofàr oggi?”

- “ Né ieri né oggi” rispose lei. Con il permesso della signora, bussai alla porta della sua camera:

- “ Sono venuto per suonare lo Shofàr per sua moglie. So che lei serba rancore nei confronti di suo figlio e tra l’altro mi occuperò di questo problema già da domani: gli procureremo vasellami e una piastra riscaldante affinché venga a mangiare da voi, non è poi una faccenda tanto complicata. Ma oggi la mitzwà (comandamento, buona azione) è di ascoltare lo Shofàr!”

 

Fui molto sorpreso del fatto che accettò di buon grado. Mentre avvicinavo lo Shofàr alla bocca, gridò:

 

- “ Stop! Ho bisogno di una kippà”. E se ne andò a prenderne una, riposi lo Shofàr sulle mie labbra ma… di nuovo:

- “ Stop! Neppure mio fratello ha compiuto la mitzvà!”

- “ Si trova qui?”, gli chiesi

- “ No, ma gli telefono!”

- “ Ehm, stop! Non si può telefonare a Rosh Hashanà!

- “ Non ho chiesto a lei di farlo, sono io che gli telefonerò”

- “ Lei o io non cambia niente, è vietato comunque!”

- “ E va bene, allora vado a cercarlo in macchina!”

- “ Neanche in macchina. Mi dia il suo indirizzo, mi recherò io da lui dopo”.

- “ Ma neanche per idea, vengo io con lei!”.

 

Ed è cosi che andammo entrambi a cercare il fratello. Dieci minuti prima mi aveva sbattuto la porta in faccia e adesso mi accompagnava a cercare un altro ebreo per la mitzvà dello Shofàr. Questi erano i miei esordi a Conejo Valley ed è con questo messaggio che proseguo il mio cammino fino ad oggi e fino alla venuta di Mashiàch!

Rav Brisky – Conejo, Califormia

 

 

 

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Un cappotto di carne Kasher

“Che D-o sia con te!” Con queste parole mi separai da mio padre uscendo dal rifugio, diretta nelle tenebre e nel gelo della notte. Erano le quattro del mattino e il buio era fitto.

Avvolta in un grande scialle, carica con un peso eccessivo per una ragazza di quattordici anni, dieci chili di carne kasher nascosti in un abito speciale, pieno di tasche interne: un pacco di carne in ogni tasca.

Questa carne era quella ottenuta dalla shechità di mio padre, Rav Yechiel Shterenfeld, che era lo shochet della città polacca di Niska. In quei giorni i tedeschi avevano proibito la shechità, con la scusa che procurava sofferenza all’animale. Un ebreo che veniva scoperto a compiere la shechità, sarebbe morto insieme all’animale…

Non avendo scelta, gli ebrei corsero il rischio e in orari inconsueti e in posti nascosti mettevano in pratica la macellazione rituale. Mio padre aveva un rifugio dove si nascondeva per fare la shechità durante a tarda notte. Nella stessa notte tagliava e preparava l’animale in modo che poi io potessi andare a distribuirla nelle case ebraiche prima dello spuntare dell’alba.

Il mio ruolo era assai pericoloso, poiché la distribuzione la dovevo fare in diverse abitazioni, ma, vista la situazione, non c’era alternativa.

A volte la distribuzione mi impegnava diverse ore, poiché gli ordini di carne arrivavano da diverse parti della città: cercavo di fare il più presto possibile in modo da non essere vista dai passanti.

Quella notte, di cui vi ho cominciato a raccontare, era gelida in modo particolare. I miei passi erano frettolosi nella neve bianca e stavo sempre accostata ai muri delle case per non dare troppo nell’occhio. Il mio cuore batteva così forte che mi sembrava quasi che tutti potessero sentire i suoi battiti nel silenzio della notte. Le mie labbra pronunciavano preghiere un po’ simili a quelle da dirsi durante il viaggio: ”che Tu mi faccia andare in pace e tornare in pace, e che mi salvi dai palmi di ogni nemico e ladro e dagli animali feroci sulla strada”…

 

Le paure che nutrivo, riuscivo a sopraffarle grazie al fatto che percepivo l’importanza della mia missione: fornire di carne kasher i miei fratelli ebrei.

Dopo un’ora di dura camminata, finalmente intravidi le prime luci della città.

“Passerò prima dalla signora Rabinovitch”, pensai dentro di me, “che abita al terzo piano di uno dei primi palazzi della città e ha ordinato tre chili di carne”. Nello stesso palazzo, c’era una vicina che ne aveva ordinati due. Almeno mi sarei liberata subito di cinque chili di peso.

Questo pensieri mi avevano dato la forza per accelerare i miei passi.

All’improvviso il sangue mi gelò nelle vene. Vidi un cane correre verso di me e, abbaiando, saltarmi addosso annusandomi i vestiti. Probabilmente il cane fu attratto dall’odore forte della carne che mi portavo addosso e non poteva fare a meno di un pasto così invitante… Tirò fuori la lunga lingua e mostrò i suoi denti aguzzi. Ero paralizzata. Ero praticamente “avvolta” nella carne ed ero certa che il cane avrebbe mangiato, assieme ai pezzi di carne che portavo, anche pezzi della mia carne, senza distinzione tra una e l’altra.

Per un attimo il mio sguardo incrociò quello minaccioso del cane. Mentre i miei occhi trasmettevano rassegnazione e preghiera, gli occhi del cane brillavano dalla sfrenata voglia di sbranare il ricco pasto che stava per iniziare. Il mio corpo è scossa dai brividi ogni volta che ricordo quel momento. Nella mia testa continuavo ad implorare D-o per un miracolo…

Non so quanto tempo siamo rimasti lì, uno di fronte all’altro, probabilmente furono pochi secondi che però mi sembrarono molto lunghi. All’improvviso vidi un camion militare piena di soldati tedeschi. “Ecco la mia fine”, dissi dentro di me, “se non mi sbrana il cane, lo faranno i tedeschi”.

Proprio in quel momento di rassegnazione, avvenne il miracolo. Uno dei soldati fischiò al cane enorme, che probabilmente apparteneva a quel soldato o a uno dei suoi compagni. Il cane si dimostrò talmente fedele e addestrato, che fece a meno del suo ghiotto pasto, lanciandomi un ultimo sguardo e lanciandosi verso il soldato che stava sul camion. Gli altri non fecero caso a me.

Con le gambe tremanti entrai nel palazzo, salii al terzo piano e bussai all’uscio della signora Rabinovitch. Quando aprì la porta, crollai su una sedia e scoppiai a piangere. La signora portò subito un tè caldo e mi fece sdraiare su un letto per riposarmi. Subito prese i pacchi di carne con il foglio degli indirizzi e andò a finire il giro delle consegne della carne kasher al mio posto. Dopo un po’ tornò e mi consegnò i soldi della carne che aveva ricevuto dai clienti.

Quando tornai a casa e misi sul tavolo i soldi, non dissi nulla ai miei di ciò che era accaduto in quella notte. Non volli aggiungere dolore ai loro dolori che già erano tanti. Continuai a svolgere la mia missione importante di fornire carne kasher alle case ebraiche finché fu possibile.

 

 

 

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Perché siete così chiusi, voi ebrei?

Domanda: Non riesco a capire perché gli ebrei rifiutino di sposarsi con persone che sono di un’altra religione. I genitori del mio fidanzato mi hanno detto che se un ebreo sposa una goyà, si tratterebbe di una cosa peggiore della Shoà. In un mondo di 7.000.000.000 di persone come può il vostro D-o scegliere solamente una minima percentuale di persone tralasciando senza pietà tutti gli altri?

 

Risposta: Sono certo che tu comprenda che ogni essere creato da D-o desideri sopravvivere. Non solo ogni creatura in modo individuale, ma anche le madri che desiderano vedere le proprie discendenze, figli e nipoti, sopravvivere.

Noi ebrei siamo solo una piccola parte di quei 7.000.000.000 cui hai accennato. Esistiamo da quasi 4000 anni. A volte siamo stati più del 10% della popolazione mondiale, altre volte molto di meno. Attualmente siamo meno dello 0,25 %….

Ogni popolo ha dato il suo contributo all’umanità: invenzioni, idee, intelligenza, musica, arte, cultura, ecc.

Come popolo abbiamo contribuito notevolmente in vari campi. Ad esempio: la fede nel monoteismo, il valore della vita, il valore dell’uguaglianza… Tutto questo e molte altre idee che hanno acquisito valore nel mondo moderno a livello globale, sono tratte dalla Torà e da altri testi ebraici. Dal periodo in cui ci fu stata data la Torà fino a oggi abbiamo cambiato in molte cose lo svolgimento quotidiano della vita sia nel campo morale sia in quello sanitario che in quello scientifico, tanto per citare alcuni esempi. E’ più che logico che anche gli altri popoli abbiano interesse alla sopravvivenza del nostro popolo.

Se siamo convinti della nostra superiorità? Non penso. Tutte le religioni sono d’accordo sul fatto che D-o abbia scelto il popolo ebraico per illuminare e fungere da esempio per gli atri popoli. Solamente che noi sosteniamo che Egli non ha mai cambiato idea. Come si può constatare, siamo già riusciti in gran parte della nostra missione. Il mondo ha accettato vari concetti che per noi erano già validi dal monte Sinai. Sicuramente abbiamo ancora tanto altro da fare e speriamo di riuscire a farlo presto.

Neghiamo gli altri popoli? Proprio no. Ogni persona che vuole unirsi al popolo ebraico e alla sua importante missione, viene accettata volentieri a prescindere dalle sue origini, colore o background famigliare. L’unica cosa che chiediamo è che chi vuole seriamente diventare parte di noi, accetti su di sé tutti i precetti che D-o ci ha dato, proprio come il popolo ebraico fece 3300 anni or sono ai piedi del monte Sinai. Se queste persone decidono di non unirsi, li consideriamo importanti come popoli e se svolgono una vita morale (seguendo i sette precetti Noachidi) meriteranno il mondo a venire poiché hanno svolto il proprio scopo nel mondo. Non conosco una religione che affermi: “Non siete obbligati a unirvi a noi e nemmeno a fare ciò che facciamo noi, dovete solo credere in un D-o e rispettare le leggi morali valide per ogni essere umano.

Allora qual è il problema nel voler sopravvivere? È chiaro che non è possibile far sussistere il nostro popolo se ci sposiamo con persone di altre religioni. L’unico modo per garantire la nostra continuità è di sposarci fra di noi e di crescere i nostri figli come buoni ebrei.

E’ chiaro che se una ragazza che viene da una casa non ebrea, decide di unirsi al nostro popolo, nessuno potrà mai ostacolarla. Allo stesso tempo però non la incoraggiamo a fare questo passo. Non siamo alla ricerca di proseliti. Anche come goyà puoi comportarti con correttezza ed essere amata dal Creatore, e allora per quale motivo spingere qualcuno a stravolgere le abitudini in cui è cresciuto?  Un altro problema che a volte sussiste nelle conversioni, è che a volte si tratta di una decisione presa in base a interessi personali come ad esempio per sposarsi. Poi una volta avvenuta la conversione, i precetti vengono abbandonati. Perciò stiamo attenti nel non accettare chiunque e comunque se non dopo aver appurato che la persona che vuole convertirsi non accetti seriamente su di sé la Torà e i suoi precetti.

Spero di aver risposto alle tue domande in modo soddisfacente.

Ti auguro ogni bene,

Rav Tzvi Frieman

Tratto da Chabad.org

 

 

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Elul: Il Re è nei campi…

Come il nostro corpo sente la necessità di fare una sosta ogni tanto, allo stesso modo anche la nostra anima sente questo bisogno. Ogni tanto dobbiamo fermarci dal ritmo sfrenato della vita ed esaminare il modo in cui conduciamo la nostra vita, se cioè procediamo nella strada giusta oppure regrediamo. La vita può essere semplicemente un insieme di giornate e di settimane oppure trasformarsi in un percorso verso un traguardo. Una volta all’anno dobbiamo controllare dove ci sta portando il percorso da noi scelto. Il re è vicino Questo è il mese di Elul. Rabbi Shneor Zalman di Liadi nel suo libro Likutè Torà riporta un esempio per spiegare l’essenza di questo mese. “Come un re che esce dal suo palazzo e va nei campi ad ascoltare le richieste della gente più semplice. Quando poi torna nel suo palazzo, in questo non hanno accesso solamente i ministri più importanti. Allo stesso modo nel mese di Elul D-o esce nei ‘campi’ e ascolta ogni persona a prescindere dal suo livello spirituale. Quando poi arrivano le festività (i moadim) torna nel suo palazzo” Il mese di Elul è quindi un momento propizio in cui ci viene data la possibilità di esporre le nostre richieste direttamente a D-o ed Egli accetta tutti con un sorriso. C’è solo una cosa sola che bisogna fare per farsi ascoltare: uscire nel campo. Approfittare dei momenti preziosi in cui il re si trova disponibile a tutti e rivolgersi a Lui. Durante l’anno, per “raggiungere” D-o vi sono varie condizioni. Perché mai non tutte le nostre richieste vengono esaudite? Poiché non essendo puri e puliti per via delle nostre azioni, non sempre meritiamo che le nostre preghiere vengano accettate. Come disse il re Davide: “Chi salirà nel monte di D-o, colui che ha i palmi nitidi e un cuore puro”. Nel mese di Elul però, siccome il Re esce nei campi, questi limiti per coloro che non sono puri nei loro comportamenti, si annullano. Ogni persona semplice, come me, te, chiunque, viene accettata con grande amore da D-o. Egli ci apre tutte le porte e aspetta solo che noi vi si entri. Nel mese di Elul dobbiamo fare un resoconto di ciò che abbiamo fatto durante l’anno e, una volta corretti i nostri comportamenti, certamente D-o esaudirà ogni nostra richiesta. Non perdiamo questo tempo prezioso.

 

A cura di Rav Ronnie

 

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L’importanza del rispetto reciproco

Una volta una donna venne a parlarmi, descrivendo gli scatti di collera e la mancanza di rispetto del marito nei suoi confronti. “Non capisco”, si lamentò. “Sembra così educato con tutti gli altri, ha una reputazione di essere un brav’uomo. Perché non può comportarsi in modo uguale a casa?”

Purtroppo questo non è un fenomeno raro. Infatti molti di noi fanno uno sforzo di essere educati con gli estranei stando attenti a non imbarazzarci né ad arrabbiarci con altre persone. Eppure in qualche modo ci sentiamo liberi di umiliare, prendere in giro o di essere condiscendenti e maleducati con i nostri parenti e/o amici vicini.

Uno dei principi più importanti della Torà è di mantenere e rispettare la dignità di altri esseri umani. Ci sono perfino dei casi dove la legge ebraica viene sospesa per mantenere la dignità degli altri. Ogni essere umano è creato nell’immagine di D-o e ha un’impronta Divina. Rispettare gli altri, quindi, significa rispettare D-o.

Coloro che amiamo e ai quali siamo vicini non sono un eccezione. Infatti è proprio il contrario, più amiamo qualcuno, più attenzione dovremmo fare nel proteggere e rispettare la sua dignità. Maimonide scrive che un uomo deve onorare sua moglie più di se stesso. Interessatamente, il primo impegno che l’uomo prende nella ketubà, il contratto di matrimonio, è di rispettare, avere caro e onorare la sua consorte.

Quando mi sono sposato, un amico più vecchio di me mi diede il seguente consiglio. “E’ importante che tu tenga a mente una regola. E’ scritto nella Torà, ‘ama il tuo prossimo come te stesso’; questa frase, che è la base del comportamento sociale è considerato uno dei principi più importanti della nostra religione. Non dimenticarti che questa massima si applica anche a tua moglie”.

Un giorno un marito passò davanti al Rebbe per prendere un dollaro da dare in Tzedakà, egli si lamentò di avere molte discussioni con la moglie legate alla religione, dato che la moglie era meno religiosa di lui, questo a volte provocava delle liti. Il Rebbe dopo che finì di ascoltare il marito disperato gli chiese: Quindi secondo quello che mi dici in casa siete tu e D-o contro tua moglie?

Il marito perplesso rispose di si.

Allora il Rebbe gli disse:

Devi dimostrare a tua moglie che le regole che rispetti non le fai per combattere con lei,  ma le fai per D-o e quindi devi cominciare a mettere in pratica un precetto che le dimostri questo.

“Qual è questo precetto?” chiese il marito al Rebbe.

“il precetto di onorare la propria moglie più di se stessi…”

 

Una persona che è cortese in modo superficiale potrebbe lasciar cadere la sua facciata di cortesia quando si trova in famiglia. Ma chiunque abbia il rispetto sincero, lo darà a tutti, particolarmente a coloro ai quali è più vicino.

 

Di Rav Michoel Gourarie,

tratto dal sito www.bina.com.au

 

 

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12 Modi per Costruire l’Autostima di tuo Figlio

L’autostima è un ingrediente molto importante per poter condurre una vita felice e di successo. Una persona può essere benedetta con tanta intelligenza e talento, ma se soffre di una carenza di autostima, ciò può essere un ostacolo nel raggiungimento del successo nel lavoro, nelle relazioni umane, ed in pratica in tutti i settori della vita.

I primi anni di vita di un bambino, rappresentano le fondamenta per una sua positiva autostima.

Come genitori, noi non possiamo controllare tutto ciò che i nostri figli vedono, ascoltano o pensano, tutte cose che contribuiscono alla loro autostima. Ma ciononostante c’è ancora molto che possiamo fare. Nostro figlio è ai primi anni di vita; D-o ci ha donato un regalo speciale – un nuovo essere umano. Durante questi primi anni, tutto ciò che penetra nella mente del bambino resta fortemente impresso. A questo punto i genitori hanno un’unica ed irripetibile opportunità di creare un “deposito bancario di autostima” nel quale il figlio potrà immagazzinare tutte le cose positive a suo riguardo. Negli anni e decenni a venire, questo “deposito bancario” bilancerà le inevitabili esperienze negative della vita.

Come possiamo allora creare e riempire il deposito bancario di nostro figlio? Come possiamo, nel ruolo di genitori, costruire l’autostima di nostro figlio? Riportiamo di seguito alcuni suggerimenti:

1- Mostra amore ed affetto a tuo figlio. Tutti i nostri rapporti con i figli, a partire dalla loro infanzia, dovrebbero essere accompagnati da affetto ed amore. Un bambino che è stato trattato con amore ed affetto, acquisirà la sensazione subconscia di essere sufficientemente meritevole ed importante da essere amato.

2- Complimentati con tuo figlio. Fai dei complimenti a tuo figlio il più spesso possibile, ogniqualvolta faccia qualcosa di giusto. È bene dire: “Sono molto fiero di te. Sei un ragazzo/a veramente speciale. Mi piace il modo in cui lo hai fatto…”.

3- Fai in modo che i tuoi complimenti siano credibili. È molto importante che i complimenti siano credibili. Complimenti esagerati come: “Sei il migliore del mondo. Sei la più bella persona che sia mai vissuta su questa terra!” hanno un effetto controproducente. Il bambino potrebbe sviluppare un ego eccessivo, e questo potrebbe danneggiare le sue relazioni con i propri amici, ed a sua volta portare un effetto negativo sulla sua autostima.

4- Fissa degli obiettivi per tuo figlio. L’obiettivo dovrebbe essere qualcosa di facilmente raggiungibile, come vestirsi da soli, oppure ottenere un certo voto a scuola. Fissa degli obiettivi che siano adatti per la sua età e capacità (fissare un obiettivo non raggiungibile, porterà ad un effetto negativo). Mentre tuo figlio si sforza per raggiungere l’obiettivo, tenta di guidarlo e complimentati con lui per ogni piccolo successo ottenuto. Una volta raggiunto l’obiettivo finale, complimentati con lui/lei, rafforzando così la sua immagine ai propri occhi.

5- Critica solo le azioni, mai le persone. Quando il bambino fa qualcosa di sbagliato, invece di dirgli: “Sei un cattivo bambino”, digli: “Sei un bambino buono e speciale, non dovresti immischiarti in cose simili”.

6- Conferma i sentimenti di tuo figlio. Qualora tuo figlio abbia subìto un colpo alla sua autostima, in primo luogo è molto importante confermare i suoi sentimenti. Ad esempio, se è rimasto offeso a causa di un commento negativo di un suo compagno e di un maestro, bisogna dirgli: “Sì, capisco che ti sia offeso per quello che quella persona ha detto” oppure “capisco che ti sia offeso per il fatto che quelle persone non ti vogliono bene”. Solo dopo che il bambino sente che i propri sentimenti sono stati legittimati, sarà pronto a sentirsi confortato dal fatto che tu gli ricordi quante sono d’altra parte le persone che gli vogliono bene, e le belle cose che vengono dette di lui, ripristinando così la sua autostima.

7- Sii fiero di tuo figlio. Dobbiamo ricordarci di dire a nostro figlio, con una certa frequenza, quanto ci sentiamo fortunati e fieri di essere i suoi genitori.

8- Parla sempre positivamente di tuo figlio in presenza delle persone importanti della sua vita, come i nonni, maestri, amici, ecc.

9- Non confrontare mai tuo figlio con gli altri, dicendo frasi come, “perché non sei come Johnny?”. Qualora questi confronti vengano fatti da altri, rassicura tuo figlio che lui è speciale a suo modo.

10- Assicurati che le persone che interagiscono con tuo figlio, conoscano le sue capacità. All’inizio dell’anno scolastico, parla coi maestri spiegando loro quali sono le capacità speciali di tuo figlio, i campi in cui eccelle, in modo tale che essi possano concentrarsi su di essi e continuare a sviluppare questi punti.

11- Dì a tuo figlio, con una certa frequenza, che tu lo amerai sempre incondizionatamente. Quando sbagliano o falliscono in qualcosa, ricordati di dir loro, “Tu sei speciale per me, io ti amerò sempre, qualsiasi cosa succeda!”

12- Cura la tua propria autostima. È importante che tu veda anche te stessa/o in maniera positiva. Genitori che hanno una bassa stima di se stessi, avranno gravi difficoltà a far crescere un figlio con una buona autostima. Un buon genitore positivo è un genitore che sa di non essere perfetto, ma ha comunque una stima di se stesso, provando sempre allo stesso tempo, a crescere e migliorare.

 

 

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IL 29° GIORNO

Nella prima mitzvà che D-o ha comandato agli ebrei in quanto popolo, D-o ha decretato che legassimo indissolubilmente la nostra vita alla luna; ci ha indicato di stabilire un calendario basato sulle fasi della luna, cioè, sul ciclo di 29 giorni e mezzo durante il quale la luna, così come viene osservata dalla terra, completa la sua orbita attorno alla terra. Il calendario ebraico è quindi un calendario di mesi calcolati tra una luna nuova e quella successiva. 12 mesi di questo tipo portano ad un anno di circa 354 giorni, più corto di 11 giorni del ciclo solare di 362,25 giorni. Per questo motivo, l’anno ebraico alterna 12 e 13 mesi: il 13° mese, che viene aggiunto sette volte in 19 anni, serve ad allineare i mesi lunari col ciclo solare delle stagioni. Il calendario solare nasce dalla divisione del ciclo solare in 12 segmenti e non è legato ad alcun fenomeno naturale.

 

La luna nuova corrisponde alla notte in cui la luna è di nuovo visibile dopo il suo scomparire dal cielo notturno. L’allineamento e il movimento della luna rispetto alla terra e al sole fanno sì che, agli occhi dell’osservatore terrestre, la luna attraversi fasi in cui cresce e diminuisce e, ad un certo punto del suo ciclo, scompaia del tutto. Quando la luna è nel punto più vicino al sole, posizionata tra il sole e la terra, il suo lato illuminato dalla luce del sole non è quello visibile dalla terra e quindi, ai nostri occhi, la luna scompare del tutto. Continuando ad orbitare, la luna si allontana dal sole e si avvicina alla terra, riapparendo come luna crescente: uno spicchio sottilissimo che continua poi ad ingrandirsi per i 15 giorni successivi. A metà strada della sua orbita, quando è più lontana dal sole e la terra è posizionata tra il sole e la luna, il lato della luna illuminato dal sole è interamente visibile a noi, che la vediamo come una sfera nel cielo che illumina la notte con tutto il suo bagliore. La luna continua poi la sua orbita avvicinandosi al sole e rendendosi sempre meno visibile dalla terra; la sfera luminosa diventa una mezza sfera e poi uno spicchio sottile fino a scomparire di nuovo.

 

La notte in cui la luna è  di nuovo visibile corrisponde al primo giorno del nuovo mese ebraico; da qui la parola chodesh – mese – che viene dalla stessa radice di chadash – nuovo (la “luna nuova” in senso astronomico corrisponde al momento in cui la luna non è visibile, mentre la “luna nuova” che segna l’inizio del mese secondo la Torà corrisponde alla prima sera di luna crescente – n.d.r.). Il mese ebraico consiste in 29 o 30 giorni; la prima metà del mese è caratterizzata da una luna crescente che raggiunge il culmine la sera del giorno 15; a partire dal giorno 16 la luna comincia la sua fase “calante”, fino a scomparire per poi riapparire e dare il via ad un nuovo mese.

 

Lo Zohar afferma che il popolo d’Israele sancisce lo scandire del tempo attraverso la luna perché esso la emula. E’ un popolo che sprofonda e si risolleva nel corso della storia, le cui trasgressioni e cadute sono il preludio ad una nuova nascita ed al rinnovamento. La vicenda della luna è la vicenda di un popolo e la vicenda di qualsiasi vita produttiva: la ristrettezza alimenta l’iniziativa, le sconfitte stimolano la crescita e le conquiste più grandi scaturiscono da momenti dalle cadute e dai momenti di decadenza.

 

Basato sugli insegnamenti del Rebbe di Lubavitch, per gentile concessione

di Chabad.org

 

 

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Il Pudore della donna ebrea

 

I nostri maestri dicono che la donna fu creata dalla costola, una parte del corpo occultata, per mostrare come la donna debba essere pudica, e per ogni parte del corpo che D-o le creava diceva “che la donna sia pudica”.

A differenza della cultura odierna dove la donna è diventata simbolo di esibizione e di tentazione, La Torà insegna come la donna ebrea debba salvaguardare la sua dignità e la sua onorabilità coprendo il proprio corpo senza mettere in mostra se stessa.

Onde evitare differenza di opinioni su quale vestito sia ‘kasher’ per una donna e quale no, l’halachà stabilisce regole uguali per tutte.

Queste regole sono vigenti anche se l’intenzione della donna non è quella di mettersi in mostra, come ad esempio abbronzarsi o fare il bagno in mare, queste si potranno fare in luoghi appartati per rispettare le leggi pudiche.

Il rispetto delle leggi della Tzniut (pudore) portano berachà in tutta la famiglia e rafforza il loro timore di D-o che va rispettato in ogni luogo ed in ogni tempo, poichè ‘il mondo è pieno della Sua gloria’.

Shulchan aruch orach chaim cap.75, even haezer cap 21, par. 115, ketubot 72

 

 

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“Non ha osservato il torto di Giacobbe”

 

 

NON C’È UN PECCATO FELICE

“Non ha osservato il torto che è in Yaakov e non ha visto la trasgressione in Israele, l’Eterno suo D-o è con lui”.
Perché “non ha osservato il torto di Yaakov”? Siccome “l’Eterno suo D-o è con lui”. L’Ebreo è costantemente fiducioso in D-o, perciò anche nel momento del peccato, si sente il cuore infranto. Le mitzvòt le fa con gioia ma le averòt (peccati) no.

Rabbi Chaim di Tzanz

UNO SPRAZZO DI TESHUVÀ

Quando un ebreo trasgredisce la Torà, anche se egli si trova nell’abisso più profondo, in lui c’è una scintilla divina e un o sprazzo di teshuvà.

Rabbi Isroel di Rozin

 

UN EBREO NON è MAI SOLO

L’Eterno suo D-o è con lui”.

Un ebreo non è mai solo.

In ogni luogo in cui egli va, ed in ogni posto dove sta “l’Eterno suo D-o è con lui”.

Il Baal Shem Tov


Se non vede il difetto…

“Non ha osservato il torto che è in Yaakov …”

Colui che non vede i difetti del prossimo ebreo e non parla male di lui…

“l’Eterno suo D-o è con lui”

Diventa compare di Hakadosh Baruch Hu e parte del Suo esercito

 

Se D-o non guarda chi guarda?

Se D-o non osserva il peccato dell’ebreo, come può un ebreo  vedere il male di un altro ebreo?!

 

 

 

 

 


 

 

 

 

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Rav Mordechai Eliahu e il Rebbe

 

Nel 1986 incontrai il Rebbe di Lubavitch per la seconda volta in compagnia del rabbino Capo ashkenazita di Israele, il mio collega rav Avraham Shapiro. Erano le una del mattino e nonstante l’ora tarda e una giornata carica di attività comunitarie, il Rebbe era ben vivace. La conversazione verteva su tutte le materie della Torà: il Talmùd, la legge ebraica, la Cabbalà. Era molto chiaro su ogni argomento e strutturato nel ragionamento come se l’avesse appena studiato. Era come se la Torà fosse un gran libro aperto di fronte a lui. Ci sono persone molto dotte con una forte padronanza dell’insieme della Torà, ma, di solito non è molto approfondita e aguzza in ogni singola materia, incontrare una mente tanto sapiente e un tale livello di conoscenza dei minimi dettagli per me fu un’esperienza indimenticabile, sono stato testimone oculare di un  fenomeno eccezionale, raro. Bisogna far presente che egli non trascorreva le giornate a studiare, gran parte del suo tempo era consacrato alle opere comunitarie. Egli si preoccupava innanzitutto che ogni ebreo fosse attivo in tutti gli aspetti della beneficenza, sia spirituale che materiale. Sentii che era dotato di un’anima particolare. Non era una persona in sé. Era l’anima di tutto il popolo. Non ho mai visto, né prima né dopo averlo conosciuto, un rav che possedesse contemporaneamente tre qualità: il genio della Torà; una potente leadership con inviati in tutto il mondo; miracoli che accaddero intorno a lui, grazie a lui.

Mi sono domandato: quale nesso può esserci tra un ebreo nato in Russia e residente a Brooklyn con ebrei marocchini di Casablanca? Qual è la sua relazione con gli ebrei del Marocco, cosa lo mosse ad apportare loro assistenza, supporto morale? Egli semplicemente amava ogni israelita con tutto il suo cuore e si preoccupava per ognuno di essi, della nazione intera e non solo di un gruppo in particolare. Ogni ebreo gli stava a cuore. Egli desiderava ardentemente che ognuno seguisse le orme e le tradizioni dei genitori e dei nonni, sefaraditi o ashkenaziti. Un esempio viene a dimostrare il suo impegno.

Quando ci vedemmo nel 1986, il Rebbe richiese che il rabbinato di Israele organizzi dei Sedarìm di Pessach pubblici in ogni città, in modo che coloro che non avessero la possibilità di celebrarlo potessero farlo in un ambiente comunitario. Infatti, questi Sedarìm fecero affluire tanti israeliani che non avevano mai partecipato ad un Seder. Quando constatammo l’ampiezza dell’interesse suscitato da questa iniziativa, ci adoperammo a svilupparla ed oggi, grazie al Cielo, è in attività in numerose città e comunità in Terra Santa. Ma, a priori, come poteva interessare al Rebbe che in Israele si partecipi ad un Seder? La cosa era importante per lui, poiché senza l’idea di questo progetto, molti, proprio in Israele, non avebbero mai potuto assistere ad un Seder. Quando gli esposi il mio interrogativo mi rispose che si crucciava del «quinto figlio» di colui che non penserebbe mai a presentarsi al Seder, che nonsa neanche in che cosa consiste la ricorrenza di Pessach. Il Rebbe è l’unico uomo che io conosca che abbia inviato i suoi allievi più brillanti ai quattro angoli della terra per apportare appoggio agli ebrei che vi si trovano.

Quando ero seduto in sua compagnia era come se non ci fosse niente e nessun altro al mondo. L’arredamento del suo ufficio era spartano: una sedia semplice una cattedra semplice. Giorno e notte studiava la Torà e agiva per il bene collettivo. Non riesco a capire quando mangiava e dormiva. Nei nostri colloqui, parlammo a lungo delle vicissitudini e difficoltà che stava attraversando il popolo ebraico. Ero molto impressionato dalla conoscenza che aveva su ogni avvenimento in Israele, come se vi vivesse. Sapeva che in una determinata città c’era un problema con il mikvé (il bagno rituale) o che ad una determinata regione occorresse assistenza in un determinato ambito. Poi, con le udienze successive capii che era a conoscenza di ciò che accadeva in ogni angolo del mondo. Sapeva delle problematiche di ogni paese, di ogni città, come se vi abitasse in persona.

Non ho parole per descrivere l’onore che mi fece. Ebbi un grande privilegio di incontrarlo e di farmi accompagnare da lui all’uscio al termine del nostro quarto ed ultimo incontro. Le sue ultime parole mi sono rimaste impresse. Dopo un’ora e mezzo di conversazione, mi espresse la sua gratitudine per essere venuto. Avrei voluto ringraziarlo io per l’onore di avermi ricevuto, invece fu lui a ringraziarmi.

Egli non si faceva tanti complimenti quando era inquieto per una situazione. Eppure le sue parole erano sempre piene di amore e di sollecitudine. I dirigenti israeliani sapevano che  li amava con tutto il suo cuore ed erano consapevoli che quando indirizzava loro un rimprovero, era per il loro bene, erano ammonimenti carichi di amore fraterno, amore per il popolo ebraico intero e per ogni suo membro. Mi ricordo che una volta il Rebbe seppe di un complotto che  mirava ad umiliare un primo ministro israeliano. Fece tutto ciò che poteva per dissuadere gli istigatori. Biasimare azioni, sì; umiliare no! Occorre una forza fuori dal comune per sapere riprendere e amare allo stesso tempo. Questa forza gli veniva dalla filosofia Chabàd e dal Baal Shèm Tòv, fondatore del chassidismo. Il Rebbe non vedeva ebrei peccatori. Li avvicinava tutti, li accettava com’erano e li ricollegava alle loro radici. Sebbene fosse un immenso erudito, si angustiava anche per le persone estremamente ignoranti. Quando ci incontravamo, evocava sempre i meriti degli altri. Qualunque fosse l’argomento in questione, egli conduceva la conversazione sempre in direzione di persone che poteva encomiare. D-o è stato magnanimo nei nostri confronti regalando alla nostra generazione il Rebbe di Lubavitch. Temetti, tuttavia, che dopo la sua dipartita, l’edificio che aveva costruito crollasse. Ma, grazie a      D-o, c’è continuità, c’è un Bèt-Chabàd in qualsiasi posto del mondo, anche nei luoghi più remoti, Chabàd- Lubavitch è presente, ancora più presente di quando il Rebbe era in vita. Sì, c’è un seguito. Il Talmùd dichiara: «Nostro padre Yaacòv (Giacobbe) non è morto». I saggi chiedono: «Cosa significa che non è morto? L’hanno seppellito e pronunciato l’orazione funebre!». Il Talmùd spiega che poiché i suoi figli sono vivi, anch’egli lo è. Con le buone azioni e con il cammino che essi seguono, Yaacòv è ancora vivo. I figli del Rebbe sono i suoi discepoli, essi continuano a diffondere l’ebraismo come egli lo desiderava, egli è vivo tramite loro. Il Rebbe mi manca. È doloroso per me andare sulla sua tomba. Ma il Rebbe di Lubavitch ci ha lasciato i suoi insegnamenti, le istruzioni su come proseguire seconde le sue vie per unirci ad Hashem e alla Sua Torà.

 

Tratto da una lettera scritta

da Rav Mordechai Eliahu z”l

Traduzione di Myriam Bentolila

A cura di Sterna Canarutto

 

 

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