Yom Kippùr in prigione

Posted by on 2 ottobre 2011

 

Boris 1,95 m, 120 kg di muscoli, la quarantina, stava in piedi di fronte a me e mi squadrava dall’alto in basso. Il viso, la corpulenza e l’andatura di un assassino. Qualche anno fa trascorsi Yom Kippùr in una delle prigioni israeliane di cui sono il cappellano. Arrivai nel pomeriggio per verificare gli ultimi preparativi. Un’ora prima della festa, avevo fatto il giro delle cellule per augurare ai detenuti un buon digiuno e un buon anno. È lì che incontrai una montagna umana, una massa di carne impressionante… – “Du Reids yiddish (parli yiddish?)” Mi chiese facendomi capire che non parlava molto bene l’ebraico – “Yo!” Risposi. Mi strinse la mano e gli diedi una pacca amichevole sulla spalla e gli sorrisi. Si ammansì un poco, con un abbozzo di sorriso sulle labbra. Informò i suoi compagni: “Er iz besseder, è dei nostri”. In parole povere, benvenuto nel clan dei mafiosi… Sulla sua enorme spalla aveva un tatuaggio che raffigurava un vecchio ebreo dalla lunga barba bianca e con un cappello di pelliccia; con un ginocchio in terra, teneva in mano sopra la testa le due estremità di una spada, su un’estremità vi era incisa la stella di Davide. – “Perché ha quel tatuaggio?” Domandai. – “Sono ebreo, io! E voglio che lo sappiano tutti. Soprattutto quei perdenti dei russi, aggiunse mormorando. E sono un Cohèn, io !” Concluse con orgoglio. – “Ma, mi dica, cosa sa dell’ebraismo ?” – “Niente di niente!” Scoppiò in una risata violenta che mal celava sofferenze, paure, ma anche ostinazione. Era palesemente fiero delle sue origine etniche. Durante il digiuno, gli domandai cosa faceva per mantenersi in Russia. Con tono distratto rispose: “A Ganev ( ladro)” – “Quanto tempo ha passato in prigione?” – “In tutto più di 27 anni, entrando e uscendo per periodi più o meno lunghi…” – “Come sono le prigioni in Russia? Ho sentito che sono particolarmente difficili!” – “Le guardie sono diverse da quelle di qui, fece notare scoppiando a ridere ancora una volta. Qui sono umane, lì non lo erano affatto!” – “Come trascorreva il suo tempo?” – “Per anni dovevamo spaccare enormi blocchi di pietra, otto ore al giorno con strumenti molto pericolosi. Poi le guradie ce li facevano caricare sui camion e dai camion venivano buttati in mare! Tutto quel lavoro per niente! Lo scopo della carcerazione era di spaccarci il morale e basta! Niente altro!” – “Come consideravano gli ebrei?” – “Non li consideravano affatto”, affermò fissandomi con sguardo macabro. “Sceglievano i più deboli.” – “Chi?” – “I delinquentelli russi. Solo i più forti potevano sopravvivere in prigione soprattutto quando si trattava di ebrei”. – “E lei come ha sopravvissuto tutti quegli anni nelle prigioni russe con quel tatuaggio?” Accennò un sorriso. Ma i suoi occhi illustravano scene orribili. Ebbi un fremito. Era un ebreo, che si reputava completamente ignorante ma orgoglioso quanto basta per sfoggiare per così dire la sua carta d’identità sul braccio con quell’immagine che poteva procurargli mille condanne a morte. – “Ha subito agressioni?” – “Sì !” disse sollevando la sua maglietta e mostrandomi una lunga cicatrice sulla pancia. – “Cosa accadde?” – “Uno di fronte con una pala, l’altro alle spalle con un coltello…” – “E poi? – “Quello che mi stava davanti lo uccisi. Poi svenni e mi risvegliai all’infermeria”.

 

Non smisi di pensare a Boris per tutto lo Yom Kippùr. Prima dell’ultima funzione come è d’uso, pronunciai un discorso.

Rammentai i soprannominati ‘cantonisti’, i bambini ebrei catturati durante le retate della polizia dello Zar Nicola per servire per ben venticinque anni nell’esercito russo. Si valuta che ce ne furono decine di migliaia. Molti di loro riuscirono a rimanere insieme, tentando ad ogni costo di ricordarsi della fede dei loro avi e delle loro pratiche religiose. Ciò causò spietate bastonate e alcuni perirono a seguito delle gravi lesioni. Un giorno, prima di Kippùr un gruppo di rabbini si recò a San Pietroburgo per chiedere udienza presso lo Zar. A Yom Kippùr stesso si recarono in una sinagoga frequentata dai ‘cantonisti’. Giunse il momento della Neillà, i rabbini chiesero se uno di loro sapesse condurre l’ufficio. Gli risposero “Abbiamo l’abitudine di affidare questo arduo compito ad uno di noi. Quest’uomo ha veramente santificato il nome di D-o, ha subito angherie e gravi sofferenze”. L’uomo in questione si sbottonò la camicia: aveva la pelle coperta di ferite talmente era stato picchiato. Prostrati, i rabbini lo guardarono con pietà mista a rispetto. Prima di cominciare il Kaddìsh che apre la Neillà, il ‘cantonista’ pronunciò una richiesta che aveva lui stesso redatto: “Re dell’Universo! In questo momento tutto il popolo è al tuo cospetto; tutti gli ebrei ti implorano per ottenere soddisfazioni dai figli, per una buona salute e di che guadagnare da vivere degnamente. Noi, i ’cantonisti’, cosa ti chiediamo? Forse soddifazione dai figli ? No ! Non abbiamo potuto sposarci e non abbiamo avuto figli! Chiediamo forse lunga vita e buona salute? No ! Perché le nostre non sono vere vite ! Chiediamo soldi forse ? No! Viviamo della pensione che ci versa l’esercito per i servizi prestati alla patria! Allora cosa vogliamo? Non vogliamo niente per noi stessi perciò chiediamo solo: Yitgadàl Veyitkadàsh Shemé Rabbà- che il Grande Nome sia esaltato e santificato”

 

I prigionieri mi ascoltavano attentamente, alcuni – fra i più tosti – quasi piangevano. Proseguii: “Vi è scritto: D-o desidera il cuore! Non solo la mente ma anche il cuore. Ritengo normale di chiedere a Boris di aprire l’Arca Santa che rimarrà aperta durante tutta la Neillà affinché le nostre preghiere si innalzino fino al Cielo”. Tutti quanti scossero il capo in segno di approvazione. Boris si diresse esitando verso l’Arca, tirò la tenda, ma l’espressione del viso manifestava esplicitamente che non capiva perche gli venisse dato questo onore…

 

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