IL RABBINO E IL VESCOVO

Posted by on 13 giugno 2011

La storia che vi racconteremo è accaduta circa quattrocento anni fa a Cracovia. Questa città ospitava una delle più importanti comunità ebraiche dell’epoca. Al momento in cui comincia il nostro racconto, gli ebrei di Cracovia erano in lutto: era appena deceduto il loro capo spirituale che non aveva lasciato figli che potessero succedergli e ciò rendeva la sua scomparsa ancora più triste.

I dirigenti della comunità si riunirono e decisero che un semplice rabbino non bastava. Quindi, inviarono dei delegati attraverso tutto il paese per cercare un degno successore del venerato rabbino. Per questo incarico furono scelti due uomini, le cui virtù garantivano il buon esito della delicata impresa. Dopo aver visitato diverse città e prospere comunità, essi vennero a conoscenza di un giovane rabbino che veniva soprannominato « la stella dell’epoca », ovvero un genio. Non persero tempo e si misero alla sua ricerca. Il rabbino era un diciottenne che si chiamava Rabbi Moshè.

Nonostante la giovane età, i due inviati furono impressionati dalla sua brillante erudizione e dal suo atteggiamento elegante e modesto; riuscirono quindi a convincerlo ad accettare la carica di rabbino della loro comunità.

A quei tempi, gli ebrei di Cracovia avevano la consuetudine di recarsi presso il vescovo della città per annunciargli la nomina del nuovo rabbino. Era un gesto di cortesia al quale si attenevano scrupolosamente. Così, una delegazione si preparò ad adempiere a questo compito e, come si può immaginare, descrisse il nuovo rabbino con termini di encomio: « Non solo egli sarà un capo per la comunità ebraica, ma anche una grande benedizione per la città intera e sarà un privilegio per tutti, ebrei o gentili, poter vivere sotto lo stesso cielo di questo maestro ».

Il vescovo era visibilmente sbalordito dalla loro presentazione: «Se la vostra descrizione corrisponde alla realtà, allora siete davvero fortunate, per quanto mi riguarda, sarei felice che egli facesse parte della nostra nobile città. Conto sulla vostra amicizia per farmi sapere, a tempo debito, del suo arrivo affinché anche noi non-ebrei possiamo riceverlo con gli onori dovuti ad una personalità del suo rango».

Il fatidico giorno arrivò e, naturalmente, il vescovo ne fu informato. Dignitari della comunità furono inviati alle porte della città così come tutti gli altri membri che accorsero per ricevere in pompa magna l’illustre eminenza. Il vescovo arrivò con la sua carrozza affiancato da alti prelati e da molti altri correligionari. Appassionato di cerimoniosità, aveva dato ordine che l’entrata di rabbi Moshè fosse accompagnata da suoni di trombe e tamburi. Quando vide arrivare un giovanotto esile, quasi imberbe, che sembrava ancora adolescente, la sua delusione fu immensa. Nascose comunque la sua rabbia e pronunciò il discorso che aveva preparato, ma dentro di sé pensò: “Come hanno potuto gli ebrei farsi scherno di me ? Hanno amplificato l’importanza dell’evento, scomodando notabili, personalità e membri del clero per accogliere niente altro che un ragazzino ! Ah no ! Le cose non rimarranno così e pagheranno cara questa derisione nei miei confronti !”

Appena tornato al suo castello inviò una convocazione ai dirigenti della comunità ebraica. Come giunsero, l’alto prelato dichiarò loro,adirato, che si era sentito profondamente umiliato dal loro comportamento e dall’inadeguatezza di quel genere di ricevimento.

« Vi farò una proposta dal cui esito si deciderà sul da farsi, aggiunse con aria minacciosa. Se il vostro rabbino è una persona tanto colta e per bene come volete farmi credere, egli dovrà provarmelo e in modo inconfutabile! Gliene sarà offerta l’opportunità. Infatti, ho intenzione di invitare tutti i saggi e i filosofi del paese affinché lo incontrino e gli pongano domande, su argomenti a loro scelta, alle quali lui dovrà rispondere in modo da soddisfarli. Solo allora meriterà il piedestallo sul quale l’avete collocato! Se questo dibattito pubblico fallirà, non solo il rabbino ne subirà le conseguenze ma anche tutti gli ebrei di Cracovia saranno espulsi dalla città e i loro beni confiscati! E ora andate e riferitegli le mie parole. Vi farò sapere io il giorno e l’ora. Posso annunciarvi fin d’ora  che l’incontro avrà luogo in municipio, in quanto occorre abbastanza spazio affinché tutti possano ascoltare e testimoniare.”

I dirigenti erano sconcertati: dalla grande gioia e febbrilità di quella festosa giornata passarono improvvisamente ad uno stato di grande preoccupazione. Fu stabilito un giorno segreto di digiuno e di preghiera al termine del quale avrebbero informato rabbi Moshè sulle esigenze del vescovo. Non prima.

Ma niente poteva sfuggire alla sagacità del rabbino che si accorse subito dell’aria che tirava. Alla fine, i capi comunitari lo misero al corrente. Il rabbino annullò la loro decisione in quanto non avevano voce in capitolo. “Come potete stabilire voi un giorno di digiuno senza consultare il rabbino? Non vi preoccupatevi fratelli, non è la prima volta e non sarà l’ultima in cui ci troveremo in una situazione del genere. L’Onnipotente mi concederà sicuramente la saggezza necessaria per rispondere a tutte le domande e l’onore degli ebrei sarà salvo!”

Arrivò il giorno tanto temuto. La sala del municipio era affollata di gente curiosa, di studiosi, scienziati, di esponenti del clero. Rabbi Moshè era pallido ma tranquillo, fiducioso nell’aiuto divino. Egli sedeva davanti agli « ispettori ». Le domande cominciarono a piovere ma non sembrava affatto turbato. Rispondeva pacatamente, senza esitazioni, con chiarezza e concisione. Le ore passavano e, quando il vescovo comprese  che il rabbino si dimostrava all’altezza della situazione, dichiarò il dibattito sospeso.

Evidentemente, considerò che il suo onore era salvo e che gli ebrei possedevano, in effetti, un rabbino dal genio eccezionale. Pronunciò un nuovo discorso ma, questa volta, era marcato da un palese piacere. Affermò, fra l’altro, che la città di Cracovia, anzi, il paese intero, poteva ritenersi orgoglioso di ospitare un erudito di questo valore e aggiunse che per lui, in futuro, sarebbe stato un grande onore fargli visita per esporgli i suoi problemi e chiedergli consiglio. Il vescovo concluse auspicandosi che Cracovia fosse sempre tanto privilegiata da  annoverare, fra i suoi cittadini, capi spirituali di questo calibro e che tutti potessero vivere sempre insieme  nell’unione e nella pace.

Questo rabbi Moshè altri non era che l’illustre “RaMo” rabbi Moshè Isserless, il redattore del “Shulchàn Arùch”, il cui anniversario della dipartita viene celebrato proprio a Lag Baomer.

Dopo il discorso rassicurante del vescovo, il sollievo e la gioia si diffusero tra gli ebrei di Cracovia. Questi ringraziarono D-o per la Sua misericordia e resero omaggio al loro giovane rabbino, “il piccolo-grande” rabbi Moshè.

A Cura di Sterna Canarutto

Traduzione di Cathy Levi Namdar

 

 

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