

IIl libro di Shemot, o Esodo, tratta della formazione del popolo ebraico, un popolo basato sulla kedushà; abbiamo tre fasi principali: l'uscita dall'Egitto (le parashot da Shemot a Beshallach), la promulgazione della Torà (parashot di Itrò e Mishpatim e via di seguito), ed in questa parashà abbiamo il principio fondamentale della hasraat haSchechinà: "Mi costruiranno un Santuario, ed Io risiederò in mezzo a loro" (Es. XXV:8): si noti, fanno osservare i nostri Maestri, non è detto risiederò nel Santuario, bensì in mezzo ai figli di Israele, nei loro cuori. Vi è qui l'apparizione di Israel come popolo di D-o, popolo che ha saputo dire "Tutto ciò che ha detto il
Sign-re eseguiremo ed ascolteremo" (Es. XXIV:7).
Veshachantì betocham, ed Io risiederò in mezzo a loro. La Schechinà, l'immanenza divina, risiederà nell'animo dei figli di Israel, del klal Israel, nessuno escluso: abbiamo qui il concetto di Zibbur, pubblico, acrostico che comprende i Zadikim, o giusti, i benoniim o persone di medio valore, ed infine i reshaìm quelli che ci sembrano cattivi ma che nell'intimo del loro animo vi è, sia pure assopita, la scintilla divina. Come è caratteristico che le Tefillot del giorno di Kippur si aprano con un invito solenne ai peccatori perchè anch'essi si uniscano alla Tefillà (si veda l'inizio delle Hilchot Jom Hakippurim del Tur) e possiamo così formare tutti insieme un vero Zibbur. È questa l'essenza della elezione di Israel, una elezione eterna, come ha detto il Sign-re al re Salomone, all'inaugurazione del Santuario: "risiederò in mezzo ai figli di Israel e non abbandonerò il mio popolo Israel" (1 Re, VI:13) ed è risaputo che "D-o, l'eternità di Israel, non mente e non si ricrede, ché non è un uomo sì da ricredersi" (1 Samuele XV:29). Non è questa una elezione che dia dei vantaggi materiali a questo o quell'ebreo: sarebbe troppo meschino avere queste idee e del resto la storia ha mostrato chiaramente quanto il popolo ebraico sia stato perseguitato, non nonostante l'elezione, ma proprio a causa di questa elezione divina, volendosi colpire, attraverso Israel, D-o stesso: negli anni seguenti alla Shoà un talmudista, il professor Chouchani esclamava: "In che cosa ci hai amato? Con Hitler e la Shoah, con Torquemada e l'Inquisizione?" ed oggi potremmo aggiungere "con il buon vicinato arabo"? Israel deve mantere la sua specificità (segullà) proprio per essere "un regno di sacerdoti ed un popolo consacrato" al servizio dell'umanità intera, esattamente come un sacerdote insegna al suo laicato ed arriverà il giorno in cui i popoli sapranno finalmente apprezzare che "Io risiederò in mezzo a loro…".
Josef Mishita
La Torà si sofferma a descrivere come debbono essere fatti i varii utensili del Tabernacolo, prima, e del Beth Hamikdash poi; si tratta di oggetti apparentemente semplici, ma grande è il loro valore spirituale.
Desideriamo riportare, a tal proposito, un racconto tratto dal Midrash Bereshit Rabbà (65:22). I Romani volevano trovare un ebreo che prendesse per loro alcuni degli oggetti del Bet Hamikdash; non fu facile trovare un ebreo di un livello spirituale cosi` basso e meschino da tradire a tal punto la sua tradizione, ma alla fine un certo Josef Mishita fu disposto ad entrare dietro la promessa che avrebbe potuto scegliere per se stesso l'oggetto che piu` gli piaceva; entro` Josef Mishita nel Beth Hamikdash, entrò nel luogo piu` santo, il kodesh hakodashim ove solo il Sommo sacerdote poteva entrare una sola volta all'anno, in perfetta purità, nel giorno di Kippur e prese per se stesso la Menorà, ma i romani, una volta uscito dal Santuario, rifiutarono di lasciargliela, promettendo invece di preporlo per alcuni mesi alla dogana, con la possibilità di un gran guadagno, se fosse entrato nuovamente nel Santuario per prendere altri oggetti, ma Josef Mishita si rifiutò energicamente, gridando: "non basta che ho causato dispiacere al mio D-o? "
I romani non sopportarono il suo rifiuto ed alla fine lo condannarono a morte con terribili supplizi, sopportati eroicamente da Josef, che gridava: "Guai a me, che ho causato dispiacere al mio D-o." Josef Mishita è diventato nella Tradizione ebraica un fulgido esempio di un rashà, di un malvagio sceso al più basso livello spirituale, che ha saputo redimersi e fare teshuvà completa, raggiungendo un altissimo livello spirituale. Ci chiediamo: cosa ha provocato questo improvviso cambiamento nell'animo di Josef? La risposta la possiamo forse trovare nell'esaminare cosa è cambiato fra la prima posizione di Josef e la seconda, dopo il pentimento: ebbene l'unica cosa che vi è stata fu l'entrata nel Bet Hamikdash, nel Kodesh Hakodashim, sia pure in posizione di peccato. L'influenza spirituale del Santuario puo` essere stata talmente elevata dal non lasciare indifferente anche il nostro Josef, che ha ritrovato finalmente il suo animo di ebreo, che piangeva per aver causato dispiacere a D-o, che pur di riscattarsi è stato pronto a sopportare atroci dolori, ritrovando la serenità d'animo del penitente sincero che torna completamente da suo Padre.
E` con questo stato d'animo che dobbiamo accingerci allo studio di una Parasha` che, se studiata profondamente, ci fa addentrare nel mondo spirituale del Santuario, e noi concluderemo con la Tefillà dell'Ari hakadosh, entrata a far parte delle Zemirot di Shabbat: "Chadesh Mikdashenu! Rinnova il nostro Santuario, ricorda la città distrutta. La Tua bontà, o nostro Salvatore, porgi al popolo dolente, che di Shabbat siede fra canti ed inni. O Sabato di riposo".
Alfredo Mordechai Rabello (Jerushalaim)

